La tua opera è un bene per tutti
di Julián Carrón
1. Forse mai come in questi tempi di crisi ci
rendiamo conto della verità del motto che avete scelto come tema
del vostro incontro annuale: «La tua opera è un bene per tutti».
E meglio di tutti lo possono capire coloro che sono più colpiti
dalla crisi, le loro famiglie, i loro figli.
Ma cercare di tenere in piedi un’opera in questi tempi è
veramente una cosa ardua. Voi lo sapete bene, voi che vi
dibattete tra continuare a costruire questo bene o gettare la
spugna, chiudendo i battenti. La tentazione dell’individualismo
è sempre in agguato. L’insidia del si-salvi-chi-può è più forte
che mai.
Per tanti di voi sarebbe più comodo. Vi risparmiereste non poche
preoccupazioni. Eppure non vi siete chiusi in voi stessi,
dimenticando gli altri. In questo modo avete vinto
l’individualismo di cui parlava Bernhard Scholz. Ma siccome la
tentazione permane, per potere resistere occorre avere delle
ragioni che ce lo consentano. Questo vuole essere lo scopo del
mio contributo. Paradossalmente, la crisi può diventare
un’occasione per mettere delle fondamenta più salde all’opera
che state costruendo, guadagnando più consapevolezza delle
ragioni sottese.
2. L’individualismo è un tentativo di risolvere
i problemi vecchio come l’uomo, implicando il rapporto tra il
proprio bene e il bene altrui, la tensione tra io e comunità. Il
fatto di non vivere da soli, bensì di essere sempre all’interno
di una comunità, ci costringe a decidere in continuazione il
modo di affrontare questo paradosso.
Noi siamo chiamati a vivere questa sfida in un contesto
culturale in cui la risposta a questa tensione sembra palese:
l’individualismo. Detto con una frase: io raggiungo meglio il
mio bene se prescindo dagli altri. Di più: l’individualista vede
nell’altro una minaccia per raggiungere lo scopo della propria
felicità. È quanto si può riassumere nello slogan che definisce
l’atteggiamento proprio di questa mentalità: homo homini
lupus.
Ma dicendo così la modernità si mostra incapace di dare una
risposta esauriente, vale a dire che contempli tutti i fattori
in gioco. Infatti la concezione individualista risolve il
problema cancellando uno dei poli della tensione. E una
soluzione che deve eliminare uno dei fattori in gioco,
semplicemente, non è una vera soluzione.
Fino a quale punto questa impostazione è sbagliata si vede dal
fatto, emerso clamorosamente, della sempre più urgentemente
sentita richiesta di regole. Quanto più l’altro è concepito come
un potenziale nemico, tanto più viene a galla la necessità d’un
intervento dall’esterno per gestire i conflitti. Questo è il
paradosso della modernità: più incoraggia l’individualismo, più
è costretta a moltiplicare le regole per mettere sotto controllo
il “lupo” che ognuno di noi si rivela potenzialmente essere. Il
clamoroso fallimento di questa impostazione è oggi davanti a
tutti, malgrado i tentativi di nasconderlo. Non ci saranno mai
abbastanza regole per ammaestrare i lupi.
Questo è l’esito tremendo quando si punta tutto sull’etica
invece che sull’educazione, cioè su un adeguato rapporto tra
l’io e gli altri.
Ma non è tanto l’incapacità delle regole a costituire il
problema. La vera questione è che l’individualismo è fondato su
un errore madornale: pensare che la felicità corrisponda
all’accumulo. In questo la modernità dimostra ancora una volta
la mancanza di conoscenza dell’autentica natura dell’uomo, di
quella sproporzione strutturale di leopardiana memoria. Per
questo l’individualismo, ancor più che sbagliato, è inutile per
risolvere il dramma dell’uomo.
Inoltre occorrerebbe aggiungere anche un ulteriore inganno,
proclamato dal potere dominante: che si possa essere felici a
prescindere dagli altri.
3. Per rispondere adeguatamente al nostro
problema, il punto di partenza è l’esperienza elementare, che
ciascuno di noi può lealmente rintracciare in sé: «Ogni uomo di
buona volontà, di fronte al dolore e al bisogno, immediatamente
si mette in azione, si mostra capace di generosità» (L. Giussani,
L’avvenimento cristiano, Bur, Milano 2003, p. 81).
Ma questo naturale sentimento di generosità non ha possibilità
di durata senza ragioni adeguate: «La solidarietà è una
caratteristica istintiva della natura dell’uomo (poco o tanto);
essa tuttavia non fa storia, non crea opera fin tanto che rimane
un’emozione o una risposta reattiva a un’emozione; e un’emozione
non costruisce» (Ibidem, pp. 82-83).
Come sostenere questa esperienza elementare davanti al bisogno?
È la domanda che si faceva anni fa don Luigi Giussani in
un’assemblea come quella di oggi: «Come è possibile che l’uomo
sostenga questo “cuore” di fronte al cosmo e, soprattutto, di
fronte alla società? Come può fare l’uomo a sostenersi in una
positività e in un ultimo ottimismo (perché senza ottimismo non
si può agire)? La risposta è: non da solo, ma coinvolgendo con
sé altri. Stabilendo un’amicizia operativa (convivenza o
compagnia o movimento): cioè una più copiosa associazione di
energie basata su un riconoscimento reciproco. Questa compagnia
è tanto più consistente quanto più il motivo per cui nasce è
permanente e stabile. Un’amicizia che nasca da un cointeresse
economico ha la durata del giudizio circa la sua utilità. Invece
una compagnia, un movimento, che sorga dall’intuizione che lo
scopo di un’impresa eccede i termini dell’impresa stessa, e che
essa è tentativo di rispondere a qualche cosa di molto più
grande; insomma, un movimento che nasca dalla percezione di quel
cuore che abbiamo in comune e che ci definisce come uomini,
stabilisce una “appartenenza”» (Ibidem, pp. 88-89).
Questa esperienza elementare mostra che l’altro è percepito come
un bene, tanto è vero che si mette in moto la solidarietà, fino
al punto di generare un popolo che risponda al bisogno. Per
questo sentiamo il bisogno di metterci insieme per essere
sostenuti nel nostro impeto iniziale. Questa posizione ha
permesso a molti di tenere, più di tanti proclami vuoti.
L’appartenenza nell’aiuto all’esperienza elementare è anche
metodo per correggere l’inevitabile e continua riduzione della
stessa esperienza elementare nel vivere e nell’azione. Non siamo
ingenui o utopisticamente ottimisti alla Rousseau. Conosciamo
bene il nostro limite, il peccato personale e sociale, per
questo - come dice don Giussani nel discorso di Assago del 1987
(in L’io, il potere, le opere, Marietti, Genova 2000,
pp. 165-170) - l’appartenenza a movimenti corregge continuamente
chi vi partecipa da questa caduta educando continuamente al
bello, al vero, al giusto. Invece dello stato di polizia,
l’educazione in un’appartenenza.
Ma in tempo di crisi neanche questa tensione ideale e amicizia
operativa possono resistere alla tentazione dell’individualismo,
se non trovano una ragione adeguata. Dobbiamo, infatti, avere
sempre chiaro l’equivoco nel quale troppo spesso incorriamo:
quello di sostituire un’amicizia, nata per sostenere il cammino
dell’io, con un progetto di successo egemonico che passa
attraverso il potere politico-sociale. Questo non è in grado di
tenere davanti alle bufere della vita.
Perciò la situazione attuale si trasforma in una occasione
privilegiata per maturare la coscienza del perché stare insieme.
Per chiarire la ragione che possa resistere a qualsiasi tsunami.
4. Senza ragione adeguata, non c’è possibilità
di resistere e, quindi, di costruire qualcosa con prospettiva di
durata. Solo qualcosa che è più consistente di qualsiasi
eventualità può essere fondamento adeguato per costruire. Quale?
Per rispondere a questa domanda, permettetemi una confidenza
personale. Ogni anno devo parlare con coloro che, dopo anni di
noviziato, chiedono l’ammissione definitiva alla associazione
Memores Domini. In quest’occasione, mi viene da
domandarmi: tra tanti particolari di cui è fatta la vita, che
cosa devo guardare per aiutarli a capire se è ragionevole o meno
fare questo passo così decisivo nella loro vita? Siccome non so
come il Mistero li porterà al destino, per quali situazioni o
circostanze il Signore li farà passare, l’unica garanzia che
consentirà loro di affrontare qualsiasi eventualità è che
ciascuno abbia fatto un’esperienza che, capiti quel che capiti,
non possano togliersela di dosso. Un’esperienza che possa
sostenere la vita tutta, appunto. E mi viene alla mente una
frase di san Tommaso, familiare a tanti di voi, che esprime
sinteticamente la chiave della questione: «La vita dell’uomo
consiste nell’affetto che principalmente lo sostiene e nel quale
trova la sua più grande soddisfazione» (Summa Theologiae,
II-II, q. 179, a. 1). Soltanto un affetto in cui uno abbia
trovato la più grande soddisfazione può sostenere la vita tutta.
Può esistere un affetto così? C’è un affetto che corrisponda
così tanto alla nostra attesa da potere diventare fondamento in
grado di resistere in qualsiasi battaglia? O, espresso con altre
parole più puntuali per questa occasione di oggi: c’è un affetto
più soddisfacente di qualsiasi individualismo?
Siccome l’uomo è esigenza di totalità, soltanto qualcosa di
totale può corrispondere a tale esigenza. Solo un uomo nella
storia ha avuto tale pretesa: Gesù di Nazareth, il Mistero
diventato carne. Solo chi ha avuto la grazia d’incontrare un
dono così, può capire cos’è quella soddisfazione che consente di
sostenere tutta la vita. Diventa possibile non cedere
all’individualismo, soltanto se abbiamo ricevuto un bene così
incommensurabile.
Questo è il realismo cristiano: «Se Dio, infatti, non fosse
diventato uomo, nessuno avrebbe potuto impostare la propria vita
secondo questa gratuità, nessuno di noi avrebbe osato guardare
la propria vita secondo questa generosità» (L. Giussani,
L’io, il potere, le opere, op. cit., p. 132).
Così si capisce bene l’inizio della recente enciclica del Papa:
«La carità nella verità, di cui Gesù Cristo s’è fatto testimone
con la sua vita terrena e, soprattutto, con la sua morte e
risurrezione, è la principale forza propulsiva per il vero
sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera» (Benedetto XVI,
Caritas in veritate, 1).
Perché? Perché «dalla carità di Dio tutto proviene, per essa
tutto prende forma, ad essa tutto tende. La carità è il
dono più grande che Dio abbia dato agli uomini, è sua promessa e
nostra speranza» (Ibidem, 2).
È questa carità sterminata di Dio nei nostri confronti, più
soddisfacente che nessuna ipotesi di individualismo, che ci
rende a nostra volta soggetti di carità: «Destinatari dell’amore
di Dio, gli uomini sono costituiti soggetti di carità, chiamati
a farsi essi stessi strumenti della grazia, per effondere la
carità di Dio e per tessere reti di carità» (Ibidem,
5).
Dalla sovrabbondanza della carità, dalla pienezza dell’amore di
cui siamo stati oggetto, può scaturire la gratuità. Non da una
mancanza, bensì da una sovrabbondanza!
«È la verità originaria dell’amore di Dio, grazia a noi donata,
che apre la nostra vita al dono e rende possibile sperare in uno
“sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini”, in un
passaggio “da condizioni meno umane a condizioni più umane”,
ottenuto vincendo le difficoltà che inevitabilmente si
incontrano lungo il cammino» (Ibidem, 8).
Senza questo non possiamo continuare a costruire a lungo. Don
Giussani, venticinque anni fa, a un gruppo di universitari
diceva che «noi non possiamo continuare a essere così attivi e
produrre quello che abbiamo prodotto in questi anni feroci senza
la comunione, ma la comunione senza Cristo non sta in piedi, la
ragione della comunione è Cristo, e infatti è solo il pensiero
di Cristo, il rapporto con Cristo che genera quella condizione
per la quale posso rimanere nella compagnia senza sentirmi
alienato, cioè l’amore a me stesso, l’amore agli altri come
riverbero dell’amore a me stesso. Così dico che non si può
rimanere nell’amore a se stessi senza che Cristo sia una
presenza come è una presenza una madre per il bambino [...], se
Lui non è presenza, se non ha vinto la morte, cioè se non è
risorto, e perciò se non è il dominatore della storia – per cui
il tempo non lo ferma, lo spazio e il tempo non lo delimitano –,
se non ha in mano la storia, se non è il Signore del tempo e
dello spazio, se non è il Signore della storia, se non è mio
come lo fu di Giovanni duemila anni fa, se Tu non sei presenza
reale a me, o Cristo, io torno a essere niente. Perciò, il
riconoscimento della Tua presenza, il riconoscimento continuo
della Tua presenza, questo è il cambiamento che mi occorre. La
conversione è come uno che va, come se io stessi andando con
tanti bei pensieri dedotti da Lui e a un certo punto mi voltassi
(conversio) e Lo vedessi presente. È tutto diverso, il
cammino diventa tutto diverso. La giustizia è questa fede e la
fede è riconoscimento di questa Presenza. Cristo è risorto, cioè
Cristo è contemporaneo al tempo, è contemporaneo alla storia.
Ora, il cambiamento profondo che implica il nuovo soggetto, la
creatura nuova, è questo: è la fede in Cristo crocifisso e
risorto, dove il “crocifisso” è la condizione per essere
risorto. Perciò io non potrò scandalizzarmi se la condizione per
vivere la gioia che Lui mi ha promesso è la croce, anzi, qui
sarà la dimostrazione affascinante che perfino il dolore e la
croce e la morte diventano gioia. Come dice san Paolo, “io sono
pieno di gioia, sovrabbondo di gioia nella mia tribolazione”: è
inconcepibile umanamente, cioè è un altro essere, è un altro
mondo che è presente e che dobbiamo, nella nostra povertà,
riconoscere, riconoscere sempre più fortemente, così che diventi
sempre più abituale, familiare, perché la nostra presenza nel
mondo sia sempre più redentiva, cioè sia sempre più umanizzante
noi stessi e gli altri» (L. Giussani, Qui e ora (1984-1985),
Bur, Milano 2009, pp. 76-78).
Detto in altro modo, «per potere amare se stessi, per potere
operare tanto, bisogna essere insieme; per potere essere insieme
bisogna riconoscere un amore a sé che permetta di amare anche
gli altri, e quindi che operi il cambiamento grande che è
l’amore alla gente e a se stessi considerati come rapporto al
destino; ma questo non è possibile se non per una Presenza, non
è possibile se Cristo [...] non è risorto, cioè non è
contemporaneo. Allora, riconoscere questo contemporaneo, questa
presenza al mio gesto, questa compagnia al mio cammino, è il
primo fondamentale gesto di libertà che permette tutti gli
altri, anzi, che permette e incita tutti gli altri» (Ibidem,
pp. 82-83).
Un’esperienza così può superare definitivamente
l’individualismo: il noi entra nella definizione dell’io.
È per questo che, allora, possiamo imitare Dio. Non perché siamo
bravi, ma perché siamo da Lui preferiti: «Nei nostri propositi e
nei nostri progetti noi teniamo conto di tutto quello che
occorre per realizzarli, realisticamente. Ma, oltre questo, noi
dobbiamo realizzare, o cercare di realizzare, a imitazione del
Signore, una emozione che non rientra nei calcoli per sistemare
le cose, ma che direttamente nasce e si rivolge al compagno
uomo, in amicizia, gratuitamente. Si chiama carità.
Gratuitamente aiutare il proprio vicino, un uomo, a risolvere e
a rispondere al bisogno che ha, di qualunque natura esso sia: da
quello del pane fino a quello dell’anima. Risolvere, o aiutare a
risolvere, il bisogno per il quale un uomo piange e soffre.
Tener presente questa carità è giudicato una follia da chi ci
sta attorno nel mondo di oggi. Dicono: “Sì, questo è idealismo”,
il che è uguale, nel loro linguaggio, a dire: “È una pazzia. Sei
fuori di te. Guarda piuttosto quello che devi fare! Lascia stare
questa sovrabbondanza che può alterare l’esito del tuo operato”.
Se siete qui, è perché nel vostro impegno di lavoro, nel vostro
impegno organizzativo, nella vostra realtà di conoscenza e nella
vostra compagnia avete trovato motivo d’azione, al di là di
quello che dovete fare e realizzare, in una gratuità che non può
essere calcolata e non dà luogo a calcolo. Solo Dio è al di là
di ogni possibilità di calcolo. Perciò, il vostro lavoro è e
deve tendere a essere imitazione di Dio o, meglio, imitazione di
Cristo» (L. Giussani, L’avvenimento cristiano, op. cit.,
p. 120).
Questa imitazione di Dio non è qualcosa che possiamo fare con le
nostre energie. C’è la possibilità di imitare Dio perché Lui
stesso ci dona quella carità con cui possiamo imitarLo. Per
questo «la carità è un fattore che contesta e penetra tutti gli
altri fattori, la carità è più grande di tutto. Essa genera un
popolo che non può sorgere se non da qualcosa di gratuito.
Calcoli ben fatti non possono erigere il fenomeno più alto
dell’espressione umana che è la realtà di un popolo. […] Tra di
noi è nato un popolo per una gratuità che imita, che cerca di
imitare la sovrabbondanza e la grazia con cui Cristo è venuto ed
è rimasto tra di noi. L’estrema convenienza della vita, infatti,
è la gratuità fatta penetrare negli interstizi dei nostri
calcoli» (Ibidem, p. 121).
Che la gratuità penetri negli interstizi dei nostri calcoli deve
essere sempre davanti a noi come ideale, come tensione da avere.
Perché noi, essendo tutti peccatori, non siamo per niente esenti
dal decadere della gratuità e finire nel puro calcolo, pensando
che siamo preservati solo perché apparteniamo a una amicizia
come la nostra. Il rischio, e non solo, di arroccarsi in una
difesa corporativa di ciò che facciamo, magari con dentro un
progetto di egemonia politica, è sempre in agguato. Che la
gratuità sia l’estrema convenienza significa una gara nel
cercare il bene che passa per il rispetto delle leggi, ma che fa
di questa gratuità affezione, costruzione per il bene comune,
correzione senza reticenze di fronte alla continua caduta.
Allora si richiarisce ancora una volta il nostro autentico
scopo: non crescere in dimensione e potere, bensì che le vostre
opere siano esempi di una diversità che la gente vede e da cui è
colpita, perché questa diversità testimonia Qualcun altro.
Questa è la risposta al degenerare continuo della vita pubblica.
Questa è la moralità di cui il nostro Paese ha bisogno.