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2009 |
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La Stampa, n. 481 27.12.09 - La lingua batte dove il
dente vuole,
di Mina Mazzini,
http://www.minamazzini.com/ Se
si deve fare, pretendiamo il massimo. Che poi sarebbe il minimo della richiesta
da parte di uno che deve imparare a uno che deve insegnare. Non mi accontenterei
di «se lo sapevo, non venivo», come suggerirebbe qualcuno. Esigerei «se l’avessi
saputo, non sarei venuto». Perché non c’è una via di mezzo. Se, come sembra,
Paola Frassinetti, vicepresidente della Commissione cultura alla Camera, ha
presentato un nuovo disegno di legge per l'istituzione di un «Consiglio
Superiore della Lingua Italiana», si dovrà necessariamente partire dalla
famiglia. Ma come si può intervenire? Non si possono certamente obbligare
genitori e nonni a seguire un corso di italiano. Allora la scuola. Mi dice un
amico insegnante che la situazione è drammatica. Anche i docenti non fanno una
bella figura: «Ognuno dovrebbe partecipare alla colletta dando il suo piccolo
attributo personale», «Pensaci prima di riflettere», «La lingua batte dove il
dente vuole», «Tu non sei proprio uno sterco di santo», «Basta! Vi state
coagulando contro di me», «Il troppo scoppia», «Non so più a che santo
riavvolgermi». Tutte perle assolutamente autentiche raccolte da «discepoli»
affranti. Allora da dove si deve iniziare se siamo ridotti così? Vogliamo
ascoltare la radio e la televisione? Noi utenti ogni giorno assistiamo a esempi
fin troppo «luminosi».
Esempi che se non fossero demoralizzanti sarebbero spassosi. E non parlo del
«Grande fratello». Persino al Telegiornale ogni tanto ti arrivano in faccia dei
congiuntivi che ti fanno cascare i denti. La nostra lingua si potrebbe
santificare per quanto è stata martirizzata e per i miracoli che ha prodotto, ma
il bilancio con gli scempi è ancora sfavorevole. A proposito di scempi, per
alleggerire lo sconforto, ve ne dedico ancora alcuni. Questa volta si tratta di
un «fior da fiore» di una collezione privata. «La pubertà è l'età in cui si
passa dall'infanzia all'adulterio», «Credo che lui stabbia dicendo la verità»,
«Davanti alla sua prepotenza resto illibato», «Verrà in ufficio una stragista
per il tirocinio». L’imprecisione, l’errore, l’ignoranza, la volgarità, la
presunzione sono i componenti dell’incomunicabilità. Tutta la fenomenologia
della brutta lingua non è virginale e infantile, quanto piuttosto un’induzione
in malafede. Salinger ci aiuta: «È buffo. Basta che diciate qualcosa che nessuno
capisce e fate fare agli altri tutto quello che volete».
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La Stampa, n.480
20.12.09 - "Non sto piangendo, è solo neve" di Mina Mazzini,
http://www.minamazzini.com/
Si è fermato, in mezzo al giardinetto che guarda il suo luogo di lavoro. Ha
alzato la testa tanto da sentire la neve sulla faccia, dentro gli occhi. Lo
faceva sempre, da piccolo, il ragionier Giustini se lo ricorda benissimo.
Correva fuori e si metteva seduto su una panchina a testa indietro. Voleva
vedere la neve da vicino e quello era, secondo lui, il sistema migliore. I
fiocchi si avvicinavano, si ingrandivano sempre di più e andavano a sciogliersi
dentro i suoi occhi. Sentiva un gran freddo a stare lì, immobile e quando
tornava a casa, la madre scaldava di baci quel viso che sembrava un ghiacciolo.
È uscito di casa per vedere i negozi di Natale. La sua tasca non gli permetterà
di acquistare gran che, ma lui gira in mezzo alla gente, sorride ai bambini con
le gote paonazze dal freddo, sorride alle vecchie signore che gli rispondono con
un cenno del capo. Ha imparato a non farlo più con gli altri quel giorno che un
uomo sulla cinquantina lo aveva guardato a muso duro chiedendogli cosa volesse.
Il ragionier Giustini aveva capito al volo che non era il caso di rispondergli
che lui voleva soltanto offrire un segno di mitezza e di pace. Da quel giorno
rivolgeva la sua dolcezza ai bambini e ai vecchi che, aveva capito,
impersonavano il vero nocciolo, la parte migliore, la purezza dell’essere umano.
Tutti intorno a lui corrono, pieni di sacchetti e di pacchi. Per fortuna in
quella zona non possono passare le macchine e lui può lasciarsi trasportare
dall’onda della gente infreddolita e frettolosa senza fare troppa attenzione.
Rimane a lungo in quella che gli sembra una festa familiare. Poi, a furia di
spintoni e di gomitate, capisce che quello non è il suo posto. Ha partecipato
anche lui al Natale collettivo e adesso se ne può tornare verso casa. Ripensa ai
Natali di quando era bambino, ma l’urto di un passante lo riporta bruscamente
alla realtà. Quella vita non c’è più, quella gente, la sua gente non c’è più, il
sorriso sulla bella faccia di sua madre che lo guardava quando correva fuori a
giocare con la neve, è solo memoria. Si stringe nelle spalle e sente più feroci
le assenze.
Adesso è solo. Solo da troppo tempo. Si ferma sul portone di casa e un’ultima
volta guarda in alto. La neve gli entra negli occhi. Non sta piangendo, il
ragionier Giustini. «È solo neve che si è sciolta», si dice tirando fuori un
fazzoletto dalla tasca del cappotto. «Non sto piangendo».
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La Stampa, n.476 06.12.09 -
Quelle maestre datele alle mamme
Un bambino piange. L’alba dell’evoluzione dell’uomo diventa tragica. Il piccolo
non può difendersi e, con le lacrime, esprime i suoi stracci di piccoli
sacrosanti diritti. Lo fa davanti a chiunque e in qualunque parte del mondo con
le stesse modalità elementari che nessuno può far finta di non intendere. Non
conoscendo i meccanismi dell’antitesi, fatto com’è di sole involontarie tesi,
non sa cosa sia l’odio e, a maggior ragione, la vendetta. Per un bel po’ gli
manca la stazione eretta, la parola, la logica. Prova a giocarsi l’esistenza
come una scommessa involontaria per un tempo abbastanza lungo.
Fino a quando, nel proprio progresso, non incapperà in noi: gli adulti. Solo
allora comincia a elaborare i confronti, costruendo capacità di comprendere,
volontà e esperienza. Quel tempo lungo dell’infanzia è l’unico tabernacolo di
giustizia assoluta e di neutralità che gli uomini non devono azzardarsi a
dissacrare. Né con la violenza né con l’assenza né con la superficialità. Così,
tutti i bambini cui infliggiamo dolore rappresentano il disonore di ogni
civiltà. Picchiarli, far loro patire la fame, introdursi nella loro speciale
incoscienza, non sono colpe da ridicoli, manchevoli codici che normalmente
vengono utilizzati per misurare condanne mai sufficientemente severe, sempre
inadeguate.
Provocare volontariamente sofferenza là dove c’è soltanto bisogno è una
mostruosa bestemmia che richiederebbe l’intervento di un Dio vendicativo.
L’altra sera, purtroppo, sono caduta dentro un telegiornale che mi ha imposto la
visione di un bambino maltrattato, in quel maledetto asilo. Come se non fosse
bastata la sola notizia, già sufficientemente inaccettabile anche senza video.
Ho perso tutta la civiltà, tutta la calma, tutto il controllo che mi sono
faticosamente costruita nella vita, la mia mania di cercare sempre la ragione
degli altri, prima di giudicare.
Poi, magari, mi riprenderò, ma al momento lo ammetto volentieri. Avrei messo le
mani addosso a quelle «maestre» infami. Adesso, cosa vuoi star lì a fare il
processo? C’è il video che parla più e meglio di qualsiasi avvocato. L’affare è
chiuso. Niente parole e soldi per chiarire o confondere il panorama. Credo che
tutte le madri e tutti i padri e tutti gli esseri umani degni di questo nome
abbiano pensato la stessa cosa che ho pensato io. Datele in mano alle mamme di
quei bambini. Datele in mano alle mamme di quei bambini.
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La Stampa,
n.475 29.11.09 - Fumo negli occhi
La nostra testa non è più sufficiente. Qualcuno che pensa per noi diventa
necessario. Ecco arrivare l’Educatore che ci dice come si fa a vivere, a
salvarsi la pelle, a morire, a chi dare la colpa, a perdonare. L’Organo
Superiore ci guarda e capisce i nostri difetti. Se ne ascoltiamo i consigli e,
soprattutto, se ne seguiamo le prescrizioni, siamo garantiti nel miglioramento
di noi stessi.
Questa volta si tratta di risparmiare vite, carrozzerie, pezzi di polmoni propri
e altrui, scartoffie assicurative, blocchetti delle multe e biro della indigente
Polizia. Basta non fumare in macchina. La nuova norma ha riscosso un successo
cosmico, nel senso dell’internazionalità, e un’approvazione trasversale e
unanime. Roba da verità assoluta. Non posso far altro che insospettirmi. In
Italia, ad esempio, dove idv, pd, pdl, tvb, vfc, ps, aci, tci, litigherebbero
per Partito preso, indifferentemente su scudi, corazze, trans, ru486, evasi,
evasori, indultati, giustiziati, triangoli e strisce, questa volta sembra
esserci consenso.
Ci vogliono cinque secondi ad accendersi una sigaretta, si toglie la mano dal
volante per infilarsela in bocca ad ogni tiro, ci si scompone per la brace che
cade. È veramente un accumulo di distrazione eccessiva. Ringraziamo le
istituzioni mondiali per le accurate statistiche e per le opportune modifiche ai
codici della strada.
Sì, va bene, ci sono anche droga, alcol, psicofarmaci per psicolabili, strade
leggermente sconnesse, ciechi veri con patenti fasulle, ciechi fasulli con
patenti vere. Ma sono minuzie. A prima botta, essendo purtroppo fumatrice, un
moto di rabbia per l’ennesima costrizione mi assale. Riesco a calmarmi e tentare
una riconsiderazione. Una multa da 250 euro per una nuvoletta di fumo
all’interno di un parabrezza mi sta bene.
Una multa da 500 euro per la nuvoletta che affumica un bambino è troppo poco:
comminerei, in questo caso, il ritiro della carta d’identità, piuttosto che
quello della patente, con obbligo di guinzaglio a significare bestialità.
Rimango, in ogni caso, sicura che l’argomento non sia così pressante ai fini
dell’evoluzione dell’uomo e neppure per il suo grado di civilizzazione stradale
e autostradale. Ho paura che si tenti di annebbiare o sotterrare problemi
maggiori nel campo della incidentalità stradale, tra le prime cinque cause di
morte nei Paesi occidentali. Fumo negli occhi, appunto. Distrazione indotta.
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La
Stampa, n.449 03.06.09 - Abbracciatevi,
teenager,
di Mina Mazzini,
http://www.minamazzini.com/
Non ricordo di essere stata
abbracciata, se non da quella sparuta, adorata truppa che ha accesso, senza
scadenza, al mio cuore, alle mie viscere, al mio sangue, al mio cervello, al mio
amore. Intenzionalmente, ma spontaneamente stretta con una certa incantevole
forza. Le braccia al collo, le pacche sulle spalle o le mani addosso generiche
mi fanno impressione, mi allontanano, anche se sono quelle dei cosiddetti amici.
Mi viene naturale il confronto con le sensazioni, le emozioni che provo se un
nipote prova a spalmarsi su di me in cerca di morbidezza, di favole, di sonno.
Se un figlio mi vuole sfondare una spalla con una malaugurata, dolorosa, pesante
lacrima. Se un marito è costretto ad annusarmi a lungo il collo per dimenticarsi
gli odori di doveri estranei. L’abbraccio, per me, diventa un aspetto sacro di
saluti domestici praticati con pochissima distrazione.
Quindi, la notizia che in alcune scuole americane abbiano proibito, bandito gli
abbracci ritenendoli pericolosi, mi coglie impreparata per un giudizio e,
d’altra parte, mi incuriosisce non poco. I soliti premurosi interpreti dei fatti
altrui si arrabattano nel cercare di trovare significati reconditi nel «nuovo»
modo di contatto di adolescenti che continuano a essere obbligati agli sms, ma
cominciano a scambiarsi tattili e odorosi avvicinamenti.
Alcune strane tipologie di abbraccio vengono già abbinate a nomignoli
esplicativo-onomatopeici, ma, soprattutto, viene tentata la loro assegnazione a
categorie che spaziano dal terrorizzante sesso incontenibile all’antidoto della
timidezza, dal canino possesso del territorio alla semiologia della
comunicazione.
Non credo di poter partecipare alla nobile gara degli indovini. Con insolita
maniera, rispetto alla mia vocazione fondamentalmente neutrale se non
astensionista, questa volta mi schiero contro i censori e a favore pieno di un
segno innegabile di confidenza riconquistata tra i ragazzi con possibilità di
amicizia o addirittura di amore. Se i teenager ricominciano o addirittura
cominciano a adottare approcci meno astratti, meno virtuali, meno internettiani,
può succedere che aumenti la probabilità che, da adulti, si riconoscano con
maggiore rispetto anche nelle fasi della competizione, della separazione, del
dissidio. Non vorrei che, andando avanti di questo passo, questi prodigiosi
yankees vietassero anche il sorriso. Allora cosa dovranno fare gli american boys
and girls? Per non essere sanzionati saranno costretti a fingere una paresi.
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La
Stampa, n. 448 24.05.09 -Bollori di maggio,
di Mina Mazzini,
http://www.minamazzini.com/
Grazie, grazie di avercelo detto a
tutte le ore, in tutte le salse, su tutti i giornali e tutte le televisioni.
«Emergenza caldo». Ce ne eravamo accorti. Ce ne faremo una ragione. «Fine
settimana di fuoco. Temperature anche a 35 gradi». La giornata bollente pare che
sia proprio oggi. Rigrazie tante. Ce ne rieravamo accorti da quel fine perlage
antiestetico che trasforma fronti espressive in ruscelli di sconforto e non sa
aspettare il tempo giusto dell’estate.
Il dispettoso maggio ci vuole indispettire proprio in questi momenti in cui
scarseggiano sorgenti di frescura perché lo spazio è occupato dalle frescacce e
dall’incandescenza di innumerevoli stupidità. Precoce e minaccioso, il caldo,
quello vero, si abbatte con trasversale indifferenza su tutta l’Italia. L’elenco
delle conseguenze è già previsto e scritto, con le sue immancabili emergenze di
fuochi più o meno naturali, di squilibri idroelettrolitici di anziani spaesati,
di tende ridotte a suffumigi non voluti, di energia consumata per l’aria finta.
Speriamo almeno che gli affettuosi avvertimenti abbiano fatto in tempo a
raggiungere tutti e che tutti si siano tolti il maglioncino. Sì, perché magari
qualcuno, ignaro, poteva starsene tranquillo col suo Loden. Invece, vedi come ci
vogliono bene?
Lo schermo televisivo scalda, il computer da riempire di parole scalda, il
vociare scomposto di ideologi da strapazzo scalda, la rabbia per la vacuità
scalda, persino le precauzioni suggerite scaldano. Basterà un gelatino? Basterà
una bibita? Forse sì, ma soltanto facendone un uso improprio. Probabilmente, due
coni alla nocciola infilati nelle orecchie, concederebbero un po’ di silenzio,
il più rinfrescante dei rumori. Un bel chinotto frizzante e ghiacciato potrebbe
essere versato nel tubo catodico, per scompaginare la fuoriuscita inarrestabile
di esorcistico vomito verde a spruzzo. Altri rimedi non mi vengono in mente.
La «persistenza di un promontorio africano» è la causa di questa anomalia. Detto
così, potrei pensare che è anche l’effetto. L’immagine associata è quella di
improbabili dune desertiche che stendono propaggini tentacolari di sabbia
bollente verso allibiti omini in giacca e cravatta, convinti dell’invalicabile
protezione mediterranea. Invece no. Nessuna protezione.
Dalla terra e dal cielo africani, tutto può arrivare per mischiarsi in mezzo a
noi. Non è giusto essere impreparati ad accogliere un’incertezza dell’atmosfera,
un pianto implorante, un bastimento di speranze, due stracci di bisogno. Il
livello giallo o arancione del nostro stupore è la misura della nostra
ignoranza.
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La Stampa, n. 447 17.05.09 - La felicità dell'ovulo,
di Mina Mazzini,
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Dipende da quanti figli fai. Se ne
fai uno c’è qualche possibilità di verificare la teoria per cui la felicità
sarebbe ereditaria, come sostiene uno studio Usa. La predisposizione verrebbe
trasmessa addirittura in fase di concepimento. Le sostanze chimiche legate ai
diversi stati d’animo influirebbero su ovociti e spermatozoi e avrebbero un
impatto a livello genetico.
In fase di concepimento? Ecco, se ho capito bene, non credo che in quella
contingenza i futuri genitori siano tanto di malumore. Per cui ci dovrebbe
essere un mondo popolato da gente beata, soddisfatta, felice. Vi sembra che sia
così? Halabe Bucay ha spiegato: «La mia ricerca suggerisce l’idea che la
psicologia dei genitori prima del concepimento può effettivamente incidere sui
geni del bambino». Prima del concepimento? Ma quanto prima? Minuti, ore, mesi,
anni?
La cosa diventa un po’ vaga. «Il comportamento dei genitori influisce sui
bambini, così come i geni che un bambino riceve dai suoi genitori aiutano a
formare il suo carattere», ha spiegato Halabe Bucay. Ma va’? Una rivelazione!
C’è chi ha anche dieci figli. Come dovrebbero essere? O tutti felici, solari e
ottimisti o tutti cupi, torvi, introversi.
Il signor William Bains, direttore di Bioscience Hypotheses, la rivista su cui è
stato pubblicato lo studio, spiega: «Abbiamo voluto pubblicare il lavoro per
conoscere l’opinione degli altri scienziati e sapere se altri gruppi di ricerca
hanno dati che possono sostenere o smentire l’ipotesi». Spero che altri gruppi
di ricerca abbiano di meglio da fare. Ammesso che sia vero, trovo veramente
indiscreto questo svelamento di come avremmo approcciato quel momento... topico.
Già ci accusano di quasi tutto, i nostri figli. «Mamma, sono depresso. È colpa
tua. Dovevi farmi con Fiorello». «Papà, sono triste. Perché Luciana Littizzetto
non è mia madre?». Sento, incoltamente, il desiderio di tornare a un po’ di
ignoranza, un po’ di mistero. A qualcosa di cui non si debba parlare
pubblicamente.
Trovo che voler chiarire questo «segreto» sia una cosa indelicata. E poi, che
banalità l’equipollenza tra allegria e felicità! Il mondo della felicità non è
abitato da denti in bella mostra stampati in faccia a tutti i costi come
nell’ore stultorum, ma piuttosto da motivi così rari che spesso è difficile
riconoscerli. Allora mi viene voglia di invocare e augurarmi l’esistenza e la
facile trasmissione del gene dell’intelligenza, prezioso e utilissimo segno di
riconoscimento indipendente dalla disposizione degli angoli delle labbra.
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La Stampa, n. 446 10.05.09 - La calamita del parroco,
di Mina Mazzini,
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Avrà certamente raggiunto il suo
scopo don Mario Pellizzari, parroco di Campigo. Ne vedrà molta, moltissima di
gente, oggi, alla messa. Ci saranno giornalisti, telecamere, curiosi e tutta
quella varia umanità che segue, assetata, fatti e fatterelli che possano dare
una qualche visibilità, che ti permettano di agitare la manina per salutare i
parenti e gli amici del bar che finalmente ti vedranno «alla televisione». «È
emerso che il maggior cruccio di genitori e nonni è vedere i loro ragazzi
snobbare la messa».
E allora cosa fa il parroco di Campigo? Digiuna per 72 ore contro la
disaffezione dei fedeli nei confronti della messa. Neanche troppo, giusto il
tempo minimo che ci vuole perché la cosa produca una piccola eco. È fin troppo
evidente che l’anticultura dell’esagerazione contagia anche i pastori di anime
sbandate. Le pecorelle sono in disordine sparso. Serve una calamita. Non c’è
spazio per convincimenti spirituali. Bisogna agire sull’attenzione per
l’eclatante. La prima domanda da porsi è: ma veramente quello che preoccupa, che
inquieta, affligge e tormenta i parenti dei ragazzi di Campigo in provincia di
Treviso è il fatto che i loro figlioli non vadano a messa? La seconda domanda è:
ma dove vivono?
In una bolla fatata, in un paese di fantasia, forse a Oz, dove non esiste tutto
quello che tocca ai nostri figli che devono combattere con draghi ben più
potenti, ben più crudeli, ben più destabilizzanti? La terza domanda è: ma
veramente don Mario, intervistato sul celibato dei preti ha detto: «In Veneto si
dice che la moglie è la croce e il marito il crocefisso: noi preti la nostra
croce l’abbiamo già, perché andarcene a cercare un’altra?». Sappiamo che i
veneti sono spiritosi, non tutti e non sempre però, ma questa mi sembra una
battuta agghiacciante.
Non mi fa ridere per niente. E non sto a illustrare perché, ça sault aux yeux.
La quarta domanda da porsi è: non saranno proprio le «messe musicali per
ragazzi» che il parroco organizza a produrre l’effetto contrario? Gesù ha detto:
«Se non diventerete come bambini, non entrerete nel regno di cieli» e allora lui
distribuisce caramelle e cioccolata sul sagrato della chiesa, dopo la funzione.
Lodevoli intenzioni, commoventi propositi, suggestivi intendimenti... non so,
però, se a Roma saltino dalla gioia per queste iniziative... «La Chiesa non fa
granché per adeguarsi ai tempi: io ci provo», precisa ancora il tenerissimo don
Mario. Non so, però, se a Roma saltino dalla gioia... più probabilmente werden
sie aufspringen, sussulteranno.
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La Stampa, n. 445 03.05.09 - La poesia ha le ali di
carta, di Mina
Mazzini, http://www.minamazzini.com/ La poesia non è
soltanto quella che si scrive. La puoi trovare nelle pieghe di un lenzuolino da
culla, nel cucchiaio caduto per terra sfuggito a una mano non abbastanza ferma,
nel rumore delle ruote della bicicletta che passa dall’asfalto liscio a uno
sterrato che ti porta verso un boccone di solitudine, nella forcina di tartaruga
che non trattiene più lo chignon di tua madre, nell’immobilità di uno sguardo
davanti al mare in una notte d’inverno, nelle parole incerte di un vecchio che
non ricorda più, nel baule dimenticato in soffitta pieno di indispensabili
inutilità, nel frusto peluche di quand’eri piccolo cucito e ricucito, lavato e
rilavato, nel gesto di tuo figlio la prima volta che riesce a pettinarsi da
solo, nel sorriso stanco di chi ce la fa, ma non ce la fa più, nel rumore dei
tuoi passi su un antico acciottolato che non frequentavi da troppo tempo, in una
foto che più la guardi e più sbiadisce.
La poesia c’è, se la vuoi vedere. E, parafrasando Don Marquis, riconoscerla è
come sentire l’eco di un petalo di rosa buttato nel Grand Canyon. La poesia può
essere misteriosa e non è certamente soltanto quella scritta con le parole.
Magari la trovi nel bianco della pagina che intervalla i versi perfetti di un
poema di Montale o di Bertolucci o di Quasimodo o di Ungaretti o nei sonetti di
Shakespeare.
Bisogna avere occhi e anima per riuscire a riconoscerla e amarla. E, se ce la
fai, sarai premiato dall’attimo di riflessione che ti assale, dall’umidore che
ti appanna la vista, da un piccolo sospiro del quale magari ti vergogni, ma del
quale sei geloso.
Ieri, a Salisburgo, si sono concluse le gare per incoronare il miglior lancio,
anzi, il miglior lanciatore di aeroplanino di carta. Si tratta del secondo
Campionato Mondiale. Alla competizione hanno partecipato 253 «piloti» che hanno
superato i 613 tornei nazionali di qualificazione in 85 Paesi, per un totale di
oltre 37 mila partecipanti.
Trentasettemila poeti. E tutti universitari in corso d’opera.
Questo mi fa ben sperare. Forse sta crescendo una generazione di uomini nuovi
che sanno cosa vuol dire sostenere con il pensiero e l’applicazione, perché no,
un sogno che sembra esile soltanto a chi non lo capisce e, magari, ne ride. I
nostri finalisti erano soltanto tre: Stefano Sbarra di Bergamo, Marino Brundu di
Cagliari e Antonio Terrone di Napoli. Mi fa un grande piacere ricordarne i nomi.
Non so se uno di loro ha vinto e non voglio neppure sapere chi si è portato a
casa la Coppa. Non ha importanza. Quella era poesia. «E la poesia si ricompensa
da sola».
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La Stampa, n. 444 26.04.09 - Sacrestano con la svastica,
di Mina Mazzini,
http://www.minamazzini.com/
Inciampare nell’intelligenza è
un’eventualità altamente improbabile che si verifica sempre più raramente.
Quando succede ti senti l’eletto che assiste al «prodigio». Di sicuro non
avresti potuto presenziare a questo portento se fossi entrato nella chiesa di
San Francesco di Vigevano, accolto dal sacrestano.
In un giorno abbastanza particolare in cui, in un altrove che in realtà si
dirama in tutto il mondo, una grande e plurale quantità di persone ricordava le
vittime della Shoah. Lui, il sacrista, unico nella sua funzione, aveva pensato
bene di bardarsi con una fascia al braccio che metteva in bella mostra una
svastica. Tanto per non resistere ai pizzicori intellettualistici, diversi
curiosi del nulla gli chiedono il perché. Il poveretto risponde qualcosa che
assomiglia ad un «perché sì». Poi articola dei concetti fondamentali come «sono
orgoglioso delle mie idee» oppure «a nessuno deve importare la mia convinzione,
basta che io faccia bene il mio lavoro» e inoltre «anche cattolici votano a
sinistra e hanno votato a favore dell’aborto». Ecco fatto.
A parte il mal di testa che sarà venuto al vescovo della Diocesi di Vigevano
monsignor Claudio Baggini, per non parlare del kopfschmerz che avrà colpito
teste ben più alte dalle parti di Roma, siamo in un Paese libero e tutti possono
aprire la bocca e «daje fiato».
E così tutti hanno potuto capire il messaggio semplice, espresso in stile
standard-mediatico-quotidiano. Direi espressionismo e iperrealismo e scioccante
contrasto. Ma la folklorizzazione delle idee non si ferma al reportage
dell’evento. In accordo con la trita e ritrita reazione cantilenante ad ogni
detto e scritto, pessima tradizione della polemica dei nostri tempi, compaiono
immediatamente le dissociazioni, le condanne, i silenzi self explaining.
Probabilmente esiste un popolo di assenteisti della vita che non ha altro cui
pensare se non al «pane grattato», cremonesissimo simbolo dell’inconsistenza.
Non a caso e non eccezionalmente l’antiebraismo e il negazionismo vivono,
mettono in scena formidabili rigurgiti e sopravvivono nel proprio vomito. Tanto
per fare riferimento all’attualità, un presidente iraniano, un vescovo tedesco,
qualche organizzato gruppo di pelatissimi, un pallido sacrestano di Vigevano e
imprecisati altri si spendono e si espongono per smentire la storia e non
smentire se stessi.
Sarebbe serio non replicare. O, almeno, trattare l’argomento con la rozzezza che
merita. Impegniamo il tempo a costruire qualche sassolino consistente di nuova
intelligenza in cui sia gradevole inciampare.
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La Stampa, n. 443 19.04.09 - La vita sotto i piedi,
di Mina Mazzini,
http://www.minamazzini.com/
Abbiamo imparato a volare come gli
uccelli, a nuotare come i pesci, ma non abbiamo imparato l’arte di vivere come
fratelli».
Martin Luther King lo diceva una quarantina di anni fa. L’essere umano, da
quando esiste, non ha mai riconosciuto alcun fratello. Da anni, da secoli, da
quando la storia si racconta, questo concetto diventa evidente in tutte le
«imprese» dell’uomo. Chi ha predicato l’amore è stato ammazzato. E troppe sono
le croci che abbiamo visto tirare su. Una foresta. Una giungla che si allarga e
arriva fino alla soglia di ogni esistenza. È pur vero che, su qualsiasi
Calvario, qualche ladrone lo si trova sempre a far compagnia al giusto. E questa
non è che la conferma dell’incorreggibilità della naturale ferocia dell’animale
uomo. Il numero delle forche che vengono innalzate deve sempre essere alto.
L’uomo non accetta di salvare il colpevole e non ammette la salvezza
dell’innocente. E il filare di croci continuerà ad avanzare fino ad arrivare
alla porta di casa. Quando la casa ce l’hai. Quando, per l’impossibilità di
amore e di rispetto, la casa fragile non crolla come quella dei tre porcellini
sotto l’urto del fiato del lupo. Si ammazza per un parcheggio, per un
complimento fatto a una ragazza, per poco lurido denaro, per una pizza, per un
pizzo. Addirittura per gioco.
Di morti si tratta e non molto di più. L’omicida e la vittima sono sempre uguali
e, al massimo, si travestono per scambiarsi la parte e non annoiare il pubblico
che non dovrà rimanere passivo, dovrà imparare e irrompere a propria volta sul
palcoscenico. E quando qualcuno, un vicino di casa, la maestra di scuola, il
solito proprietario del Bar, un amico, il prete vengono intervistati sul
colpevole di turno dal solito giornalista in cerca di afflizione, fanno tutti la
stessa dichiarazione. Affermano sempre la sua insospettabilità e la sua
«normalità». Sull’altare della sorpresa sono stati sacrificati giudizi necessari
e tempestivi riguardanti genocidi e guerre sporche. Figuriamoci se non è
«normale» un serial killer o un monoassassino. Tutti normali, infatti. Come
leoni, iene, licaoni, coccodrilli.
L’uomo è portatore di dolore. Esci dall’adolescenza senza alcuna arma possibile
per difenderti da chi ti avevano garantito essere un fratello. E tutto il dolore
provocato impietrisce e agghiaccia.
«È quando ti rimane solo la vita e nient’altro che comprendi il privilegio di
ogni respiro» scrive Roberto Saviano dopo la visita in Abruzzo. Ma come lo
spieghi il valore della vita agli assassini di professione, come puoi farglielo
entrare nel cuore? Il cuore non l’hanno mai avuto.
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La Stampa, n. 442 05.04.09 - La fine di una stella,
di Mina Mazzini Philip
Nitschke, autore di un manuale sull’eutanasia, ha intenzione di mettere in
vendita in Gran Bretagna un kit di facile uso per togliersi la vita. Il dolore
insopportabile esiste. Fisico, sentimentale che sia, non ha importanza. Nessuno
si prepara a conoscere la propria soglia, ma può capitare a tutti di
imbattercisi. Ci vuole un rimedio. Il Dottor Morte ne ha ideato uno. Ci hanno
provato in tanti. La letteratura e la filosofia sono ricche di teorie sul
suicidio e sulla sopportazione ad oltranza e la storia e l’attualità raccontano
di esempi di coraggio e vigliaccheria con esito alternante, indifferente
interpretazione e inimitabile significato.
Mi torna in mente qualcosa che non ho mai dimenticato. Un’anestesista bella, con
un nome da stella, un giorno di molti anni fa, morì suicida. Era estate, era il
suo primo giorno di ferie. Il suo armadietto dell’ospedale, alla mattina, fu
trovato perfettamente vuoto. A tutti quelli che avevano avuto l’occasione di
vedere la perfezione tecnica della sua morte rimanevano soltanto domande e
ammirazione. Specialmente i colleghi non poterono fare a meno di sottolineare il
professionale impiego di farmaci e dosaggi, quasi a consolare i sorpresi e a
sconfessare chi pretendeva di sostenere un’obbligatoria associazione tra
disperazione e scomposte contorsioni. In realtà era sdraiata nel suo letto,
sorridente. Non appariva molto diversa da centinaia di malati cui aveva dedicato
il suo sapere in quella stramba, artificiale, necessaria situazione che è
l’anestesia generale. Era giovane, come il suo grande amore che, poco tempo
prima, non aveva superato un grave intervento al cuore. Lei aveva soltanto
aspettato le vacanze. Per non scombinare i turni di ferie dei colleghi.
Mi torna intatta la commozione e l’ammirazione. «Non posso vivere senza te»,
forse l’abbiamo detto tutti. Qualcuno ripetendo parole da canzonette e qualcuno
giurando con convinzione sacramentale. A volte non si può sopravvivere ad un
amore perduto, ti manca il fiato, ti passa «la voglia di mandare sangue al
cuore», la disperazione ti asciuga. Quando il sonno non sai più cosa sia e
aspetti soltanto «la prima notte di quiete», quando non ce la fai e non vuoi
farcela, quel «non posso vivere senza di te» diventa reale e improrogabile. La
dolcissima dottoressa ha preferito mettere fine alla sua vicenda su questa terra
perché era l’unica conclusione sensata e rispettosa della sua storia d’amore.
Della loro storia d’amore. Non riesco a smettere commozione e ammirazione. E
adesso si indigni pure chi ne ha la voglia o il ruolo.
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La
Stampa, n.441 01.04.09, Ridere all'italiana,
di Mina Mazzini
Oggi non mi va di snobbare la scienza del nulla. In fondo, dietro un qualsiasi
risultato di una qualsiasi ricerca, anche se brilla per la sua massima
inutilità, c’è sempre un barlume di buona volontà, di sana fantasia, di
applicazione e di fatica. Questa volta si sono affaticati a cercare la regola
d’oro per non sbagliare il calcio di rigore, la legge che regola la categoria
dello humor e la matematica del divorzio. Come farne a meno? Liquiderei il
problema della «lotteria dei rigori» con qualche rimpianto per non aver dotato
Baggio di una calcolatrice in un campo americano nel 1994. Liquiderei i calcoli
delle probabilità sul divorzio con l’avvilente evidenza che le statistiche
assimilano il matrimonio a una specie di scommessa tipo «rosso o nero» o «testa
o croce» o giù di lì.
Mi soffermerei sugli otto buoni motivi e le loro combinazioni per cui ci è dato
di ridere. Non in senso possibilistico, si intende. Stiamo parlando di riflesso
quasi obbligatorio. The eight patterns of humor è il titolo del libro di
Alastair Clarke. Costui è un signore rispettato e rispettabile per il rigore
metodologico che adopera in tanti studi che provano a schematizzare il
comportamento umano. Io non mi ci dedicherei, in base al mio personale profondo
rispetto per il singolo uomo e a quello un po’ meno profondo per la specie.
A puro scopo di polemica tenterei soltanto qualche esperimento per confutare le
tesi dell’anglosassone sul riso. Totò fa ridere e può far ridere ogni volta in
modo diverso o in momenti diversi della stessa gag vista e rivista mille e mille
volte. Posso ammettere che le battute responsabili dell’ilarità siano
schematizzabili nei principi di Clarke come la ripetizione positiva, la
ricontestualizzazione qualitativa, la scala e altre «quisquilie e
pinzillacchere».
Ma provate a far recitare le stesse sequenze di parole, nella stessa
ambientazione, all’interno della stessa sceneggiatura a mille, milioni di
persone (compresi tutti i comici del mondo). Non riderebbe nessuno. L’esempio di
Totò è tipico. Con lui si ride indipendentemente dal copione e lo si può fare
per amore, per tenerezza, per complicità. E le stesse emozioni, a parità di cose
dette, non le dedicheremmo a nessun altro. Forse l’Italia, con i suoi piccoli
grandi Totò e i suoi piccoli grandi estimatori, è diversa dalla Perfida Albione
perché non possiede il famoso, esclusivo, regale, superbo, proverbiale,
discretissimo «sense of humor». Non so se Clarke parlasse anche di noi. Forse
l’Italia, a volte, ride anche di nulla. Per non inondarsi di pianto. Ma lui non
lo sa.
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La Stampa, n.440 22.03.09, A scuola l'ora di
violenza,
di Mina Mazzini
Chissà se quell’omino che anni fa girava per le vie di Tokyo, chiedendo pochi
soldi per farsi picchiare, sarà deliziato all’idea che in una scuola del Texas
qualcuno si è ispirato a lui. Pur con le debite differenze, il principio di
fondo è lo stesso: ricorrere a calci e pugni per affrontare e chiudere un
problema. Con i cazzotti subìti l’omino risolveva l’ansia per la sua
sussistenza. Nel liceo di Dallas la pratica della lotta gladiatoria di due
studenti chiusi in gabbia fino a quando uno dei due soccombeva è stata usata per
anni come forma per risolvere un contenzioso o un litigio. Partendo, forse,
dall’idea che la dialettica verbale è attività troppo nobile ed esageratamente
bisognosa di capacità retoriche ed espressive, l’insegnante di football
americano portava i litiganti in una gabbia rudimentale situata nello
spogliatoio e li invitava a combattere. Già ci sarebbe da considerare in quale
sistema scolastico serio qualcuno possa pensare alla necessità di avere un
docente di football americano.
Per di più, in questo caso, insensatamente capace di estendere la logica della
violenza del suo sport fino a farsi pubblico assertore di una pedagogia che
richiama i criteri barbarici della «giustizia fai-da-te». Ma ciò che inquieta è
il fatto che la stranezza, anzi la follia, della metodologia educativa del
docente sia stata applicata anche da altri, e approvata dal direttore, nello
stesso liceo. Inutile dilungarsi su come la scuola abbia anche il compito di
insegnare a relazionarsi secondo modalità che ci differenzino dalla brutalità
animale. A costo del rischio di cadere nella retorica, va ribadita la funzione
essenziale della scuola, assieme alla famiglia, di essere luogo dove venga
esaltata e portata a consapevolezza l’esigenza di essere pienamente uomini. Gli
americani, solitamente, ce la mettono tutta a far emergere la sotterranea pazzia
che li caratterizza, ma non credo che la violenza bruta come forma di soluzione
dei problemi risieda solo oltre Oceano. Abbiamo tutti presenti le immagini dei
tentativi di linciaggio, leggiamo di squadracce con intenti punitivi. Le risse
verbali e fisiche scoppiano per un parcheggio conteso o per le gocce della
biancheria stesa. Non nel Texas, ma in quella terra che una volta si vantava di
essere la culla del diritto che è nato come forma di soluzione dei contenziosi,
rinunciando al bisogno istintivo di vendetta, a beneficio della ragionevolezza.
Ma, da quando la cultura moderna ha portato l’uomo a retrocedere, anche la
logica del diritto è stata ridotta al rango della retorica. E ne stiamo pagando
tutti le conseguenze.
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La Stampa, n.439 15.03.09, Galeotto web, buon
compleanno,
di Mina Mazzini
Ha sempre saputo che Fiamma non avrebbe mai finito di colpirlo con baleni di
emozioni nuove. Per questo l’amava senza riserve. Fino a scoppiare. Quella
volta, poi, non aveva potuto fare a meno di fare blasfemi collegamenti con
Lourdes. Il ragionier Giustini, rientrando a casa, faceva lentamente scivolare i
passi sotto la finestra dei desideri. Le ante erano aperte, la luce del cielo
era quasi spenta, la faccia di lei appariva azzurrina di sfavillii provenienti
da una scatola con il coperchio alzato.
La scena assomigliava a un miracolo per la combinazione dei riflessi e della sua
incomprensione. L’avanzare dell’andatura aveva perso il ritmo per un breve
arresto rivelatore. La scatola piatta assomigliava a quelle ripetute
all’infinito sui tavoli dei colleghi d’ufficio. Il computer non apparteneva allo
strumentario del suo lavoro. Non si era mai saputo se il ragionier Giustini
avesse scelto per sé l’archiviazione manuale o se, piuttosto, non fosse questa
mansione ad aver scelto lui.
Fiamma dunque aveva un computer. Fu quella la ragione che lo mosse, venerdì
scorso 13 marzo 2009, il giorno del compleanno del www, a partecipare a una
festa organizzata dai suoi colleghi di lavoro. Dovevano celebrare un evento
epocale.
Giustini non ne conosceva il significato, ma sapeva che aveva a che fare con la
trasfigurazione azzurra di Fiamma. Qualche striscione faceva riferimento a un
certo Tim Berners Lee. Il ragioniere si muoveva a scatti per cogliere nelle
conversazioni eccitate una parvenza di riconoscibilità ed eventualmente
azzardare un’intromissione. Ipertesti, server, domini, web semantico non gli
permisero alcuna forma di partecipazione, ma, come capita agli uomini buoni
concentrati su amori veri oltre che sulla propria umiltà, si fece la promessa di
sconfiggere quel pezzo di ignoranza.
Aveva deciso di imparare tutto sull’uso del computer. E in fretta. Voleva
mettersi in condizioni di comunicare con lei. In forma anonima, per cominciare.
Lui che non aveva mai trovato il coraggio di parlarle, se non un rapido
buongiorno e buonasera, aveva il cuore gonfio di frasi d’amore che, se non
avessero trovato la strada per uscire, l’avrebbero soffocato. A quella festa il
ragionier Giustini si estraniava. Si allenava mentalmente a scrivere lettere
d’amore e a cercare di memorizzarle per quando fosse arrivata la famosa macchina
che aveva ordinato dando fondo a tutti i suoi risparmi. Ne valeva la pena, uno
strumento magico che l’avrebbe avvicinato a Fiamma in qualsiasi momento del
giorno e della notte. Sarebbe stato meno solo, il ragionier Giustini. Le sue
labbra si stesero in un breve sorriso mentre, in un angolo, girando le spalle ai
colleghi, alzò il suo bicchiere: «Grazie, web. Buon compleanno!».
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La Stampa, n.438 08.03.09, Dialetto, lingua
dell'anima,
di Mina Mazzini
Eppure non sono tanto lontana. E poi ci vado ogni volta che posso. A Cremona. La
mia città. Che mi insegue da quando me ne sono andata. La mia città che mi
manca. La mia città alla quale mi sembra di appartenere sempre di più, ogni
minuto che passa. E la nostra lingua? Ah, la nostra lingua che ho cercato di
trattenere e che cerco di praticare più che posso. Il nostro indolente, liscio,
sensuale, pigro dialetto. Con le sue soste prolungate, trascinate e riposanti
sulle vocali dell’ultima sillaba. Mi ci avvoltolo dentro come in una enorme
coperta calda. E quando mi sembra di non ricordare qualcosa: «Ciaaao, come si
dice di uno che cammina come se fosse ubriaco, che non mi ricordo?». La risposta
pronta e precisa mi rassicura. «Cat, se diis: iëën che va in dinduloon, belesa».
Grazie, Giuseppe, anche per quel «belesa», un termine che si rivolge solo a
persone alle quali si vuol bene.
Vuol dire bellezza, ovviamente, ma non soltanto in senso fisico. Si attribuisce
a chi ti suscita un senso di godimento affettivo e intellettuale. Per me il
dialetto è diventato la lingua dell’anima, l’idioma da usare soltanto con chi
occupa un posto particolare nella mia vita. Ne sono quasi gelosa. «Volgar’
Eloquio», ideato da Massimo Zanello, assessore alle Culture, Identità e
Autonomie della Lombardia, è un grande evento.
Un evento interamente dedicato alla cultura del dialetto, per celebrare
l’identità, le radici, la tradizione attraverso la musica, il teatro e la
poesia. Lodevolissima iniziativa per chi ama ed è curiosa di tutti i dialetti,
fino alla «parlesia». La Parlesia è l’antica e criptica lingua adoperata dai
musicisti napoletani per comunicare fra loro in tutta discrezione. È servita nel
tempo per non farsi comprendere in un ambiente spesso ostile. Ricordo di averla
sentita usare persino da Totò con un suo segretario, mentre provavamo al teatro
delle Vittorie. «Principe, appunisco ‘a parlesia». Capisco la parlesia. Glielo
dissi per non sembrare una che stesse spiando quello che lui, magari, non voleva
far capire, anche se stava chiedendo soltanto qualcosa da mangiare, da «smurfì».
Troppe lingue si estinguono. E così il gardiol, il quetzaltepec, il
mescalero-chiricahua, il töitschu assomigliano a stegosauri senza raggi di sole
o acqua. La rianimazione intelligente di parlate speciali non è soltanto
divertimento intellettuale, ma anche dovere «biologico». I dialetti, soprattutto
quelli sonoramente più lontani dalle lingue ufficiali, possiedono il fascino
della musica capace di travalicare il mondo dei significati per fare spazio a
quello dell’emozione.
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La
Stampa, n.437 22.02.09, Roy lo squartatore,
di Mina Mazzini
Agghiaccianti fotografie di bambini che guardano atterriti i corpi fatti a
fettine pubblicizzano la mostra di cadaveri «Bodies» aperta ieri, per la prima
volta, a Varsavia. Il luogo? Un grande centro commerciale. Where else? La prima
domanda sarebbe: quale genitore porta i propri figli a vedere un simile
spettacolo, a parte gli Addams? Il raccapriccio è un’emozione forte che accelera
la distrazione e altera la lucidità nelle scelte. Il curatore della mostra è un
professore in pensione della Università del Michigan, Stati Uniti. Converrà
affrettarsi. Chi mai vorrebbe perdersi una quindicina di cadaveri fatti a pezzi,
a fettine, con la pelle, senza pelle, forse una dadolata non mancherà, una
fricassea, suppongo.
Roy Glover, il curatore, dopo trent’anni di insegnamento, sostiene che questa
mostra è stata fatta con un importante intendimento: l’educazione. Insegnava
anatomia, ovviamente, e forse avrebbe dovuto smettere un po’ prima e andare a
farsi qualche giretto rinfrescante nei boschi e nelle vallate che certamente nel
Michigan non mancheranno. Non so. Forse il contatto così prolungato con il corpo
umano e le sue putrefazioni può mandare fuori di testa.
I proprietari avevano, in vita, lasciato il proprio corpo alla scienza.
Sicuramente non avevano sospettato, durante la stesura del testamento, di poter
essere acetonati, siliconati e confezionati come dei Big Jim o dei Gormiti o dei
Babbi Natale appesi alle insegne di un negozio secondo le leggi
dell’ammiccamento più bieco. Non riesco a non pensare che quelle fettine messe
in fila come un macabro trenino appartenevano a un uomo, a un pensiero, a
un’anima, un sorriso, pianti dirotti, storie magari dure, fatica, sollievo,
intelligenza. Una persona. Una persona non è un corpo. Ma il corpo che la ospita
merita cautela, considerazione, rispetto. Almeno come quelle camere da letto che
portano l’iscrizione: «Qui ha dormito Garibaldi». Almeno.
C’è un’unica espressione che mi piacerebbe illustrasse la realtà. «Il signor Tal
dei Tali è scomparso». Ecco, sì. Sparire. Così nessuno può più metterti le mani
addosso e nessuno ha un simulacro da vegliare. La morte, come frutto di magia
delicata e dolce, è meritevole di rispetto e stupore insieme. La definitiva
assenza dal consesso sensoriale deve significare che il diritto dei viventi
riguarda soltanto la memoria. Quei signori lucidi e scuoiati in mostra a
Varsavia non sono altro che un ulteriore sintomo delle devianze di un’umanità
che si vuole drogare di esagerazioni estetiche per non soccombere alla propria
povertà di spirito.
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La
Stampa, n.436 20.02.09, Sanremone mio,
di Mina Mazzini
Bello, Sanremone mio! Turgido, diritto come un fuso, con la brillantina sui
capelli ben pettinati, la giacchetta delle grandi occasioni, le scarpe tirate a
lucido, impavidamente sbilanciato a voler piacere.
Sei tutti noi. E noi siamo pazzi di te.
Sei la puntuale cromatura gratuita del nostro paraurti, a metà inverno.
Sei la boccetta magica che contiene una speranza e la sua disillusione, un
veleno e il suo antidoto, il gesso e il cancellino, la matita e la gomma.
Sei un rassicurante consolatore che ha saputo idealizzare le passioni fatte in
casa in una Italia tenacemente provincialeggiante, che profuma di bucato,
agnolotti, consecutiones avventurose e rigori parati.
Gentilissimo Sanremone mio, sei un miracolo sospirato per un anno, tu che dai
voce a tutti, che permetti che ognuno si senta superesperto e si esprima,
pontifichi nella materia di cui ti occupi. Musica e spettacolo. Sì, certo.
Faccende da tempo libero, robetta... Materia apparentemente così accessibile e
miserabile da autorizzare chiunque a strapazzarla a sangue.
Meritevole Sanremone mio, che ti sei ciucciato, insieme con me un oceano di
elegantissime parole sull’opportunità della mia presenza fisica lì, a casa tua.
Mi hai fatto capire che, d’ora in poi, converrà che si indica un referendum per
sapere se posso o non posso andare a fare la pipì o, ancora meglio, se posso o
non posso andarci quando mi scappa.
Ospitalissimo Sanremone mio, capace di dare asilo anche a chi, di routine, non
sa dire nulla o non ha nulla da dire. Per fortuna, come spesso capita ai molto
buoni, anche nella tua casa è capitato che irrompesse la magia. Ed ecco apparire
il genio, l’intelletto, la grazia nella personcina divina di Roberto Benigni che
ristabilisce pesi e misure, scale di valori e molto altro. E il baratro tra lui
e il resto dà ancora più vertigini.
Tenerissimo Sanremone mio, non farci caso se in giro avverti una certa spocchia,
un atteggiamento da puzza sotto il naso da parte di chi non ammette la tua
importanza e non si vuole arrendere a considerarti la punta di diamante della
nostra canzone.
Ineffabile Sanremone mio, ignora chi ti vuole ridurre al rango di
intrattenimento solo per anziani o per italiani all’estero, che necessitano di
facili emozioni italiote non più che folk.
Poverino, Sanremone mio, che vivi la disgrazia di essere troppo popolare perché
ti si riconosca una reale autorevolezza.
Formidabile Sanremone mio, non temere. Noi, tuoi fedelissimi, rimarremo per
sempre avvinti a te «come il noto rampicante». Come l’edera, appunto.
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La Stampa, n.435 15.02.09, Tamponamento fra
le stelle,
di Mina Mazzini
Attenzione. Popolazione. Boom! Due satelliti si sono scontrati. Le carrette del
cosmo, di cui una addirittura in sospetto disuso, hanno incrociato la rotta o
forse si sono tamponate. Già, chissà se lassù girano tutte nello stesso senso.
Non so. Insomma, si sono rotte. Altri incidenti si erano già verificati in
passato. Questo, però, rappresenta il segnale di un traffico che comincia a
congestionarsi colpevolmente e, in assenza di adeguata segnalazione, rende
statisticamente probabili le collisioni. Dopo ogni frase potrei cominciare a
sparpagliare tanti «chissenefrega».
Ve li risparmio per fingere una robusta astronautica passione. Sul pianeta
Terra, in alcuni sperduti, semisegreti o addirittura pulcinelliani osservatori,
immagino tecnici annoiati e semidormienti che si imbambolano gli occhi tra
playstation, scacchi, parole crociate e puntini verdi sui monitor che
sorvegliano migliaia di chilometri di strato celeste oltre l’atmosfera. Ogni
tanto si chiamano al telefono e con stanche parole russe e americane, con
nostalgici sussulti da vecchie glorie, si informano di aver perso il conto degli
oggetti circolanti. Si arrendono quasi subito all’ignoranza. Hanno perso il
controllo degli oggetti visibili, di quelli volutamente invisibili, di quelli
silenti, di quelli morti senza traccia.
Alcuni, i più abili ad usare un residuo barlume di doppiogiochismo, trasmettono
informazioni confondenti. Rimangono gli ultimi cultori della guerra fredda che
si può giocare soltanto molto in alto, là dove il suo pericoloso e ridicolo
anacronismo sfugge alla sorveglianza. I controllori chiudono un occhio, se va
bene. In linea di massima, poi, ne chiudono due per un più lungimirante
pisolino. Gli incidenti, come questo, li fanno sobbalzare e tornano sotto i
riflettori. Appaiono in tutto il loro splendore le lacune tecnologiche e
politiche che sono le classiche magagne dell’uomo, quando, superbamente, sfida
se stesso e tocca i fili dell’alta tensione.
Peccato che qualche pezzetto di astronave sbriciolata non possa contundere il
colpevole crapone di alcuni meritevoli bersagli umani che saprei benissimo
individuare. Occasione persa. La polvere di stelle, dono del cielo, punizione,
se non divina almeno transatmosferica, non ci sarà. Ci assicurano che,
purtroppo, i detritoni della collisione spaziale non arriveranno mai su questa
terra. La temperatura, nell’avvicinamento, li farebbe liquefare. La protezione
da lassù sembra valere per i colpevoli e gli innocenti. Non vorrei che si
trattasse di buonismo bello e buono in un momento così adatto, invece, per
punizioni esemplari.
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La Stampa, n.434 11.02.09, E' la scarpa che
fa il dissenso,
di Mina Mazzini
Dopo aver navigato nelle alte sfere della freudiana simbologia sessuale, le
scarpe sembravano scadute alla normalità della valenza estetica. Ma, oggi, le
rinomatissime faccende di Muntazer al Zaidi e Bush a Baghdad, di uno studente di
Cambridge e il primo ministro cinese Wen Jiabao, di un innominato di Stoccolma e
l’ambasciatore israeliano Benny Dagan, hanno conferito alle scarpe la loro
dignità semantica nella rappresentazione dello sprezzante dissenso. Come è
evidente dal clamore mediatico, indipendentemente dall’uso, se ne continueranno
ad avvantaggiare i calzolai, i maestri inglesi del cuoio, i ciabattini, i
tomaisti di Case Reali. Così vanno le cose della vita. Da una parte i maleducati
contestatori scalzi e, dall’altra, i malcapitati obbiettivi con la loro scarsa
innocenza, il loro briciolo di arroganza, il loro macigno di inopportunità.
In un mondo in cui la comunicazione si arricchisce di strumenti, perde potere la
sua unità di misura fondamentale che è la parola e diventano importanti e
concepibili alcuni gesti che avremmo voluto fossero relegati, semmai,
all’intimità delle mura di casa. E invece no. Lo sfregio della scarpa lanciata è
stato applicato in una sede diplomatica e in un paio di aule universitarie...
per ora. La volgarità non sta tanto nell’inosservanza di una minima decenza da
galateo quanto nel non saper riservare alle occasioni meritevoli comportamenti
«eleganti» di superiorità culturale e etica. Su YouTube, la scarpa che volteggia
rivoluzionaria e patetica, fa il giro del mondo e sembra poter infiammare i
feticisti protestatari. Vedendo e rivedendo a dismisura i filmatini vorremmo
convincerci all’applauso. Personalmente non ci riesco. Nell’interpretazione più
benevola e nella similitudine più azzardata, potremmo attribuire a questi atti
il valore di moderni tentativi risorgimentali con una revisione e un
aggiornamento di metodo rispetto all’ironia del Sant’Ambrogio di Giusti e alla
solennità del coro del Nabucco.
Più realisticamente attribuisco al lancio delle scarpe il ruolo di un triviale
sfogo a scadente penetrazione simbolica e addirittura nullo effetto fisico.
Almeno prendere bene la mira per una guaribilissima lacero-contusione. Mi
soccorre in questo convincimento una poesia composta in onore del giornalista
iracheno dopo le schivate di Bush: «… anche le scarpe non hanno voluto
baciarlo…». C’è più espressione spregiativa in queste parole che in mille
calzature che avessero potuto stampare la loro impronta sul presidenziale
faccino.
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La Stampa, n.433 01.02.09, Caro Bolle,
tienilo per te,
di Mina Mazzini
Ma siamo ancora lì? Ma veramente a noi che siamo martellati dai media con le
storiacce dei Vip interessa se uno è o non è omosessuale? Non ci voglio credere.
Non credo che sia una nostra irrefrenabile esigenza filosofica venire a
conoscenza dei costumi sessuali del nostro vicino piuttosto che del divo di
turno. Chi troverei nel letto di Roberto Bolle se facessi un blitz, una mattina,
nella sua casa o nel suo albergo? Potrei trovare la strega di Biancaneve, Brad
Pitt, Rita Levi Montalcini, Monica Bellucci, un battaglione di alpini, una
squadra di pallavolo femminile, Francesco Cossiga, Simona Ventura con tutto lo
staff di X Factor. E allora? Ma lo vogliamo dire un bel chissenefrega?
Lasciamolo in pace. Ha altro da fare che smentire i supposti outing apparsi sui
giornali francesi o italiani o americani.
E oltre a lui, per pietà, lasciamo in pace quei pochissimi che, per fortuna, non
hanno voglia di mettere in piazza cosa fanno, con chi lo fanno, perché lo fanno.
Vedo in giro per le televisioni una mancanza di discrezione, di sensibilità, un
malcostume sempre più triviale. I vari malcapitati si sentono rivolgere delle
domande al limite della decenza. «Cosa dici appena finito di fare l’amore?»,
«Hai provato dolore quando è morto tuo padre?», «Hai tradito tuo marito?», «Hai
mai abortito?» e altre finezze di questo generino.
È anche vero che spesso le risposte sono ancora più volgari delle domande...
Ecco, «Quante volte hai fatto la cacca oggi?», mi manca, ma credo che fra
pochissimo ci toccherà sentire anche questa. Più giù, più in basso e più giù,
fino a toccare il fondo.
«Rimango sempre stupito nel constatare come tutto quello che è gossip e
fantagossip viaggi più veloce delle notizie che riguardano invece la cultura e
l’arte, che sono invece gli unici argomenti di cui amo parlare e di cui mi
faccio portavoce». Rimango stupita anch’io, caro, meraviglioso, stellare,
perfetto Roberto Bolle. Ma bisogna abituarsi. Noi qui viviamo. Non in un mondo
che rispetti la persona nella sua interezza di carne, pensiero e talento. Mi
dicono che, rispetto all’Italia, in altri Paesi è ancora peggio. Quindi, una
volta di più, evviva. Siamo forse nel posto giusto? Nel Paese del meglio, inteso
come meno peggio? «Italia, Italia, di terra bella uguale non ce n’è...», cito
questo pezzo anche per fare un minuscolo omaggio a un uomo mite e schivo, un
innocente che se ne è andato. Mi viene un dubbio, però, o meglio, una certezza.
Mino Reitano si riferiva alla straziante, meravigliosa bellezza del nostro
patrimonio artistico e della nostra terra in senso geografico. Non a quello
umano.
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La Stampa, n.432 18.01.09, Forse esiste e sta
ridendo,
di Mina Mazzini
Dio non è una marmellata. E la marmellata non è divina. Tranne in alcuni casi.
Quella che fa mia zia Piera con le mele renette, per esempio. Quella sicuramente
è addirittura soprannaturale.
Dio non è una confettura, addirittura «Dio non esiste», sostiene la Uaar, Unione
degli atei, razionalisti e agnostici, e questa sarebbe una «cattiva notizia». Ma
ce ne sarebbe anche una buona. «Quella buona è che non ne hai bisogno». Ma Dio
non è un elastico, non è un chewing-gum che lo puoi stirazzare di qui e di là.
Se poi non esiste, cosa stirazzi? I Presidenti Onorari della Uaar sono persone
di una intelligenza lucida, aguzza, intensa. Margherita Hack, Carlo Flamigni,
Laura Balbo, Piergiorgio Odifreddi, Sergio Staino, Dànilo Mainardi e altri non
hanno certo bisogno di incenso. Anche perché manderebbe un profumo a loro non
gradito, suppongo. Certo è che Dio è di grande attualità. Con tutti i nomi,
tantissimi, che la cultura, la coscienza, la speranza, l’illusione, la poesia, i
miraggi, la disperazione, l’incultura gli danno. Se c’è, se ne deve fare di
risate. E se non c’è, è inutile enunciare la sua inesistenza.
Forse il libero pensiero invocato dall’Uaar non è poi così libero. La pubblicità
all’inesistenza di Dio è sempre pubblicità.
Nello «statuto» dell’Uaar si proclama che lo spazio mentale dell’uomo è limitato
e che deve essere totalmente disponibile alla costruzione di un’intelligenza
indipendente senza l’abbandono ad anestesie fideistiche o consolanti coperte di
Linus. Strana la necessità di un’associazione per compattare liberi pensatori e
ancora più strano mi appare il ricorso alla predicazione. La libertà è un valore
assoluto e nel mio pensare utopico differisce dalle ideologie e, soprattutto,
non ha bisogno di essere contenuta in ideologismi. Il mondo costruisce i propri
conformismi e abusa di azioni e reazioni per validarli o stravolgerli. Mi
permettevo la convinzione che le religioni, nella loro essenza, sfuggissero al
solito schema. Guerre, ingerenze politiche e sociali, deformazioni psicologiche,
limitazioni intellettuali non appartengono alle prescrizioni di alcun Dio,
neppure di quello che non esiste, anche se i millantatori ne adottano il
vessillo e l’alibi. Ecco, mi sembra di intuire troppa religione nell’ateismo che
contesta Dio e troppo conformismo nella costruzione di pagani altari ateici. Si
tratterà pure di banalissimi pullman eretici, quelli sui quali si voleva apporre
la famosa scritta pubblicitaria, ma, non solo dal punto di vista estetico,
assomigliano ai mezzi di qualche campagna elettorale, di qualche crociata, di
qualche invasione pubblicitaria di dentifrici, canzonette, arrotini.
La marmellata della zia Piera esiste, non fa male e vive senza che alcuno la
neghi o la reclamizzi. E adesso dite pure che è meglio che io canti.
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La
Stampa, n.431 14.01.09, L'amore? È un elisir,
di Mina Mazzini
Donizetti si rivolta nella tomba. Era stato così felice quando il suo Elisir
d’amore aveva realizzato il record di trentadue repliche consecutive a fronte di
un lavoro di non più di due settimane. L’opera comica dell’Ottocento toccava il
suo apice e il cuore di ingenui torinesi alle prese con le fatiche della
coscienza risorgimentale. Difficilmente, oggi, il buono e bravo Gaetano
accetterebbe l’onta di un dottor Dulcamara post litteram, tale Larry Young della
Emory University, il quale seriamente parla di pozioni d’amore, ne rivela la
ricetta e ne ipotizza l’impiego per matrimoni traballanti, preselezioni di
coppie, conversioni di pulsioni «single» e chissà cos’altro.
Le teorie del santone di neuroscienze, apparse sulla rivista Nature, sono
riassumibili nel paradigma che emozioni e sentimenti sono determinati da
mediatori chimici e geni. Ovvero noi, così come ciascuno intende se stesso, non
c’entriamo niente. Che malinconia! E io che pensavo di essere vittima e
carnefice del mio pensiero, della mia coscienza, delle mie preferenze. Una
analfabeta, in buona sostanza. Mah... Comunque l’informazione è potente e
pericolosa. Un po’ di ossitocina somministrata in forma di spray nasale potrebbe
cambiare la storia amorosa di un essere umano e, inevitabilmente, quella della
propria discendenza.
Da un punto di vista sociale, si tratterebbe di un’arma più destruente della
bomba atomica. E proprio da un punto di vista sociale sarebbe, allora, più utile
la finalizzazione di un progetto, già a buon punto e guidato da ricercatori già
assurti agli onori dell’Ig-Noble Prize per la pace. Il progetto dell’Air Force
Wright Laboratory, Dayton, Ohio, tende alla realizzazione di una bomba chimica
che, una volta lanciata su un campo di battaglia, è in grado di rendere i
soldati nemici così sessualmente irresistibili da trasformare le azioni di
guerra in amplessi amorosi. Tra uomini, I presume. Ma va’?
Certo, qualunque mezzo contro la guerra sarebbe strabenvenuto. Molto meglio che
amori obbligati proditoriamente indotti. Proveremo anche questo? Perché no? Le
abbiamo tentate tutte. E qui mi sembra di sentire le voci alterate dei
benpensanti e il fruscio fremente delle sottane talari. È scienza, signori miei.
Arrendetevi. Del resto, su Internet circolano già dei carri armati rosa. Subito
l’antidoto, direi, però. Da tenere gelosamente in tasca per ogni evenienza. Non
mi piacerebbe essere vittima, a tradimento, di un «ritrovato» così vigliacco. Ma
l’utilizzo più largo, non sulla singola persona, forse, è l’«invenzione» del
millennio, anzi, di tutta la storia dell’uomo. Fosse vero!
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La Stampa, n.430 07.01.09, Che fatica dirci
Buon Anno,
di Mina Mazzini
Nell’augurio «Buon anno», questa volta, sento tutto lo sconforto, tutto
l’abbattimento che ti dà la certezza che un buon anno non potrà mai essere.
Neanche nella divinazione più audace. Neanche nella speranza più bambinesca.
Facciamo proprio fatica a pronunciarlo, questo auspicio. Suoniamo artificiosi,
addirittura artificiali.
Fine della speranza. Limitiamo i danni, questo dovrebbe essere l’imperativo
categorico per il prossimo periodo che potrebbe durare molto più di un anno.
Saremo costretti a fare miracoli, come Obama. Saremo i forzati della speranza
che, dicono, è l’ultima a morire. Infatti anche lei se ne andrà, ma quando noi
saremo già putrefatti. Non è tanto la situazione economica, obiettivamente
mortale, che mi spaventa, ma è sempre lui. L’uomo che mi disillude e mi
atterrisce sempre di più. Un bel campione di quello di cui è capace, direi di
quello che è disposto a fare, sta in quella notizia che non può essere sfuggita
a ogni essere umano con un avanzo, anche se atrofizzato, di cuore. E la riporto
pari-pari per una ulteriore riflessione. Un camionista, positivo ai test di
alcol e droga, ha travolto con il suo camion una donna che stava attraversando
la strada sulle strisce pedonali e l’ha trascinata per una ventina di metri,
ferendola in modo grave.
Poi è sceso e, prendendola per le caviglie, l’ha trascinata sul ciglio della
strada ed è scappato. Come gliela spieghi a tuo figlio questa bella notizia? E
come gli spieghi la ferocia e la malvagità che ci circonda e ci ottunde? Come
fai? Continui a dirgli che deve essere onesto, leale, rispettare l’altro? Gli
dici di non fare quello che non vorrebbe fosse fatto a lui? E se ci crede, se
crede che gli altri sono come tu vorresti che lui fosse? In che posizione lo
metti?
Sì, sono confusa. Ma bisognerà pur dare qualche strumento reale a questi figli
per entrare nella vita con uno scudo che non li faccia soccombere al primo
attacco. Forse è meglio dire loro la verità. L’uomo è quello che è. Difenditi,
figlio mio! Un leone affamato farà meno scempio di te.
«Se qualcuno sparasse razzi nella mia casa, dove le mie figlie dormono di notte,
farei tutto quello che posso per fermarlo». Assolutamente d’accordo. Obama mi
piace anche per questa frase. Ma è della casa dove dormono tutti gli altri
bambini del mondo che mi preoccupo. Ed è «tutto quello che posso» che in bocca
ad un Presidente degli Stati Uniti mi inquieta. But they can. Quindi non ci
dovrebbero essere problemi. Non vorrei che, dopo il mandato presidenziale, la
situazione disperata, ormai compromessa da decenni, gli facesse dire: «Sorry, we
couldn’t».
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