Secondo  me

Mina Mazzini

http://www.minamazzini.com/

 

 

 

 

 

 Indice analitico:

 
 

 

» La Stampa, n. 481 27.12.09 - La lingua batte dove il dente vuole

» La Stampa, n.480 20.12.09 - "Non sto piangendo, è solo neve"

» La Stampa, n.476 06.12.09 - Quelle maestre datele alle mamme

» La Stampa, n.475 29.11.09 - Fumo negli occhi

» La Stampa, n.449 03.06.09 - Abbracciatevi, teenager

» La_Stampa,_n._448_24.05.09_-Bollori_di_maggio

» La Stampa, n. 447 17.05.09 - La felicità dell'ovulo

» La Stampa, n. 446 10.05.09 - La calamita del parroco

» La Stampa, n. 445 03.05.09 - La poesia ha le ali di carta

» La Stampa, n. 444 26.04.09 - Sacrestano con la svastica

» La Stampa, n. 443 19.04.09 - La vita sotto i piedi

» La Stampa, n. 442 05.04.09 - La fine di una stella

»

»
» 2010
»
2009
»
»

» La Stampa, n.441 01.04.09, Ridere all'italiana
»
La_Stampa,_n.440_22.03.09,_A_scuola_lora_di_violenza
»
La Stampa, n.439 15.03.09, Galeotto web, buon compleanno
» La Stampa, n.438 08.03.09, Dialetto, lingua dell'anima
» La Stampa, n.437 22.02.09, Roy lo squartatore
» La Stampa, n.436 20.02.09, Sanremone mio
» La Stampa, n.435 15.02.09, Tamponamento fra le stelle
» La Stampa, n.434 11.02.09, E' la scarpa che fa il dissenso
» La Stampa, n.433 01.02.09, Caro Bolle, tienilo per te
» La Stampa, n.432 18.01.09, Forse esiste e sta ridendo
» La Stampa, n.431 14.01.09, L'amore? È un elisir.
» La Stampa, n.430 07.01.09, Che fatica dirci Buon Anno

 

 

 

2010

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2009

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La Stampa, n. 481 27.12.09 - La lingua batte dove il dente vuole,  di Mina Mazzini, http://www.minamazzini.com/

Se si deve fare, pretendiamo il massimo. Che poi sarebbe il minimo della richiesta da parte di uno che deve imparare a uno che deve insegnare. Non mi accontenterei di «se lo sapevo, non venivo», come suggerirebbe qualcuno. Esigerei «se l’avessi saputo, non sarei venuto». Perché non c’è una via di mezzo. Se, come sembra, Paola Frassinetti, vicepresidente della Commissione cultura alla Camera, ha presentato un nuovo disegno di legge per l'istituzione di un «Consiglio Superiore della Lingua Italiana», si dovrà necessariamente partire dalla famiglia. Ma come si può intervenire? Non si possono certamente obbligare genitori e nonni a seguire un corso di italiano. Allora la scuola. Mi dice un amico insegnante che la situazione è drammatica. Anche i docenti non fanno una bella figura: «Ognuno dovrebbe partecipare alla colletta dando il suo piccolo attributo personale», «Pensaci prima di riflettere», «La lingua batte dove il dente vuole», «Tu non sei proprio uno sterco di santo», «Basta! Vi state coagulando contro di me», «Il troppo scoppia», «Non so più a che santo riavvolgermi». Tutte perle assolutamente autentiche raccolte da «discepoli» affranti. Allora da dove si deve iniziare se siamo ridotti così? Vogliamo ascoltare la radio e la televisione? Noi utenti ogni giorno assistiamo a esempi fin troppo «luminosi».
Esempi che se non fossero demoralizzanti sarebbero spassosi. E non parlo del «Grande fratello». Persino al Telegiornale ogni tanto ti arrivano in faccia dei congiuntivi che ti fanno cascare i denti. La nostra lingua si potrebbe santificare per quanto è stata martirizzata e per i miracoli che ha prodotto, ma il bilancio con gli scempi è ancora sfavorevole. A proposito di scempi, per alleggerire lo sconforto, ve ne dedico ancora alcuni. Questa volta si tratta di un «fior da fiore» di una collezione privata. «La pubertà è l'età in cui si passa dall'infanzia all'adulterio», «Credo che lui stabbia dicendo la verità», «Davanti alla sua prepotenza resto illibato», «Verrà in ufficio una stragista per il tirocinio». L’imprecisione, l’errore, l’ignoranza, la volgarità, la presunzione sono i componenti dell’incomunicabilità. Tutta la fenomenologia della brutta lingua non è virginale e infantile, quanto piuttosto un’induzione in malafede. Salinger ci aiuta: «È buffo. Basta che diciate qualcosa che nessuno capisce e fate fare agli altri tutto quello che volete».

 

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La Stampa, n.480 20.12.09 - "Non sto piangendo, è solo neve" di Mina Mazzini, http://www.minamazzini.com/

Si è fermato, in mezzo al giardinetto che guarda il suo luogo di lavoro. Ha alzato la testa tanto da sentire la neve sulla faccia, dentro gli occhi. Lo faceva sempre, da piccolo, il ragionier Giustini se lo ricorda benissimo. Correva fuori e si metteva seduto su una panchina a testa indietro. Voleva vedere la neve da vicino e quello era, secondo lui, il sistema migliore. I fiocchi si avvicinavano, si ingrandivano sempre di più e andavano a sciogliersi dentro i suoi occhi. Sentiva un gran freddo a stare lì, immobile e quando tornava a casa, la madre scaldava di baci quel viso che sembrava un ghiacciolo. È uscito di casa per vedere i negozi di Natale. La sua tasca non gli permetterà di acquistare gran che, ma lui gira in mezzo alla gente, sorride ai bambini con le gote paonazze dal freddo, sorride alle vecchie signore che gli rispondono con un cenno del capo. Ha imparato a non farlo più con gli altri quel giorno che un uomo sulla cinquantina lo aveva guardato a muso duro chiedendogli cosa volesse. Il ragionier Giustini aveva capito al volo che non era il caso di rispondergli che lui voleva soltanto offrire un segno di mitezza e di pace. Da quel giorno rivolgeva la sua dolcezza ai bambini e ai vecchi che, aveva capito, impersonavano il vero nocciolo, la parte migliore, la purezza dell’essere umano.

Tutti intorno a lui corrono, pieni di sacchetti e di pacchi. Per fortuna in quella zona non possono passare le macchine e lui può lasciarsi trasportare dall’onda della gente infreddolita e frettolosa senza fare troppa attenzione. Rimane a lungo in quella che gli sembra una festa familiare. Poi, a furia di spintoni e di gomitate, capisce che quello non è il suo posto. Ha partecipato anche lui al Natale collettivo e adesso se ne può tornare verso casa. Ripensa ai Natali di quando era bambino, ma l’urto di un passante lo riporta bruscamente alla realtà. Quella vita non c’è più, quella gente, la sua gente non c’è più, il sorriso sulla bella faccia di sua madre che lo guardava quando correva fuori a giocare con la neve, è solo memoria. Si stringe nelle spalle e sente più feroci le assenze.

Adesso è solo. Solo da troppo tempo. Si ferma sul portone di casa e un’ultima volta guarda in alto. La neve gli entra negli occhi. Non sta piangendo, il ragionier Giustini. «È solo neve che si è sciolta», si dice tirando fuori un fazzoletto dalla tasca del cappotto. «Non sto piangendo».
 

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La Stampa, n.476 06.12.09 - Quelle maestre datele alle mamme

Un bambino piange. L’alba dell’evoluzione dell’uomo diventa tragica. Il piccolo non può difendersi e, con le lacrime, esprime i suoi stracci di piccoli sacrosanti diritti. Lo fa davanti a chiunque e in qualunque parte del mondo con le stesse modalità elementari che nessuno può far finta di non intendere. Non conoscendo i meccanismi dell’antitesi, fatto com’è di sole involontarie tesi, non sa cosa sia l’odio e, a maggior ragione, la vendetta. Per un bel po’ gli manca la stazione eretta, la parola, la logica. Prova a giocarsi l’esistenza come una scommessa involontaria per un tempo abbastanza lungo.

Fino a quando, nel proprio progresso, non incapperà in noi: gli adulti. Solo allora comincia a elaborare i confronti, costruendo capacità di comprendere, volontà e esperienza. Quel tempo lungo dell’infanzia è l’unico tabernacolo di giustizia assoluta e di neutralità che gli uomini non devono azzardarsi a dissacrare. Né con la violenza né con l’assenza né con la superficialità. Così, tutti i bambini cui infliggiamo dolore rappresentano il disonore di ogni civiltà. Picchiarli, far loro patire la fame, introdursi nella loro speciale incoscienza, non sono colpe da ridicoli, manchevoli codici che normalmente vengono utilizzati per misurare condanne mai sufficientemente severe, sempre inadeguate.

Provocare volontariamente sofferenza là dove c’è soltanto bisogno è una mostruosa bestemmia che richiederebbe l’intervento di un Dio vendicativo.

L’altra sera, purtroppo, sono caduta dentro un telegiornale che mi ha imposto la visione di un bambino maltrattato, in quel maledetto asilo. Come se non fosse bastata la sola notizia, già sufficientemente inaccettabile anche senza video. Ho perso tutta la civiltà, tutta la calma, tutto il controllo che mi sono faticosamente costruita nella vita, la mia mania di cercare sempre la ragione degli altri, prima di giudicare.

Poi, magari, mi riprenderò, ma al momento lo ammetto volentieri. Avrei messo le mani addosso a quelle «maestre» infami. Adesso, cosa vuoi star lì a fare il processo? C’è il video che parla più e meglio di qualsiasi avvocato. L’affare è chiuso. Niente parole e soldi per chiarire o confondere il panorama. Credo che tutte le madri e tutti i padri e tutti gli esseri umani degni di questo nome abbiano pensato la stessa cosa che ho pensato io. Datele in mano alle mamme di quei bambini. Datele in mano alle mamme di quei bambini.
 

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La Stampa, n.475 29.11.09 - Fumo negli occhi

La nostra testa non è più sufficiente. Qualcuno che pensa per noi diventa necessario. Ecco arrivare l’Educatore che ci dice come si fa a vivere, a salvarsi la pelle, a morire, a chi dare la colpa, a perdonare. L’Organo Superiore ci guarda e capisce i nostri difetti. Se ne ascoltiamo i consigli e, soprattutto, se ne seguiamo le prescrizioni, siamo garantiti nel miglioramento di noi stessi.

Questa volta si tratta di risparmiare vite, carrozzerie, pezzi di polmoni propri e altrui, scartoffie assicurative, blocchetti delle multe e biro della indigente Polizia. Basta non fumare in macchina. La nuova norma ha riscosso un successo cosmico, nel senso dell’internazionalità, e un’approvazione trasversale e unanime. Roba da verità assoluta. Non posso far altro che insospettirmi. In Italia, ad esempio, dove idv, pd, pdl, tvb, vfc, ps, aci, tci, litigherebbero per Partito preso, indifferentemente su scudi, corazze, trans, ru486, evasi, evasori, indultati, giustiziati, triangoli e strisce, questa volta sembra esserci consenso.

Ci vogliono cinque secondi ad accendersi una sigaretta, si toglie la mano dal volante per infilarsela in bocca ad ogni tiro, ci si scompone per la brace che cade. È veramente un accumulo di distrazione eccessiva. Ringraziamo le istituzioni mondiali per le accurate statistiche e per le opportune modifiche ai codici della strada.

Sì, va bene, ci sono anche droga, alcol, psicofarmaci per psicolabili, strade leggermente sconnesse, ciechi veri con patenti fasulle, ciechi fasulli con patenti vere. Ma sono minuzie. A prima botta, essendo purtroppo fumatrice, un moto di rabbia per l’ennesima costrizione mi assale. Riesco a calmarmi e tentare una riconsiderazione. Una multa da 250 euro per una nuvoletta di fumo all’interno di un parabrezza mi sta bene.

Una multa da 500 euro per la nuvoletta che affumica un bambino è troppo poco: comminerei, in questo caso, il ritiro della carta d’identità, piuttosto che quello della patente, con obbligo di guinzaglio a significare bestialità. Rimango, in ogni caso, sicura che l’argomento non sia così pressante ai fini dell’evoluzione dell’uomo e neppure per il suo grado di civilizzazione stradale e autostradale. Ho paura che si tenti di annebbiare o sotterrare problemi maggiori nel campo della incidentalità stradale, tra le prime cinque cause di morte nei Paesi occidentali. Fumo negli occhi, appunto. Distrazione indotta.
 

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La Stampa, n.449 03.06.09 - Abbracciatevi, teenager,  di Mina Mazzini, http://www.minamazzini.com/

Non ricordo di essere stata abbracciata, se non da quella sparuta, adorata truppa che ha accesso, senza scadenza, al mio cuore, alle mie viscere, al mio sangue, al mio cervello, al mio amore. Intenzionalmente, ma spontaneamente stretta con una certa incantevole forza. Le braccia al collo, le pacche sulle spalle o le mani addosso generiche mi fanno impressione, mi allontanano, anche se sono quelle dei cosiddetti amici. Mi viene naturale il confronto con le sensazioni, le emozioni che provo se un nipote prova a spalmarsi su di me in cerca di morbidezza, di favole, di sonno. Se un figlio mi vuole sfondare una spalla con una malaugurata, dolorosa, pesante lacrima. Se un marito è costretto ad annusarmi a lungo il collo per dimenticarsi gli odori di doveri estranei. L’abbraccio, per me, diventa un aspetto sacro di saluti domestici praticati con pochissima distrazione.

Quindi, la notizia che in alcune scuole americane abbiano proibito, bandito gli abbracci ritenendoli pericolosi, mi coglie impreparata per un giudizio e, d’altra parte, mi incuriosisce non poco. I soliti premurosi interpreti dei fatti altrui si arrabattano nel cercare di trovare significati reconditi nel «nuovo» modo di contatto di adolescenti che continuano a essere obbligati agli sms, ma cominciano a scambiarsi tattili e odorosi avvicinamenti.

Alcune strane tipologie di abbraccio vengono già abbinate a nomignoli esplicativo-onomatopeici, ma, soprattutto, viene tentata la loro assegnazione a categorie che spaziano dal terrorizzante sesso incontenibile all’antidoto della timidezza, dal canino possesso del territorio alla semiologia della comunicazione.

Non credo di poter partecipare alla nobile gara degli indovini. Con insolita maniera, rispetto alla mia vocazione fondamentalmente neutrale se non astensionista, questa volta mi schiero contro i censori e a favore pieno di un segno innegabile di confidenza riconquistata tra i ragazzi con possibilità di amicizia o addirittura di amore. Se i teenager ricominciano o addirittura cominciano a adottare approcci meno astratti, meno virtuali, meno internettiani, può succedere che aumenti la probabilità che, da adulti, si riconoscano con maggiore rispetto anche nelle fasi della competizione, della separazione, del dissidio. Non vorrei che, andando avanti di questo passo, questi prodigiosi yankees vietassero anche il sorriso. Allora cosa dovranno fare gli american boys and girls? Per non essere sanzionati saranno costretti a fingere una paresi.
 

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La Stampa, n. 448 24.05.09 -Bollori di maggio, di Mina Mazzini, http://www.minamazzini.com/

Grazie, grazie di avercelo detto a tutte le ore, in tutte le salse, su tutti i giornali e tutte le televisioni. «Emergenza caldo». Ce ne eravamo accorti. Ce ne faremo una ragione. «Fine settimana di fuoco. Temperature anche a 35 gradi». La giornata bollente pare che sia proprio oggi. Rigrazie tante. Ce ne rieravamo accorti da quel fine perlage antiestetico che trasforma fronti espressive in ruscelli di sconforto e non sa aspettare il tempo giusto dell’estate.

Il dispettoso maggio ci vuole indispettire proprio in questi momenti in cui scarseggiano sorgenti di frescura perché lo spazio è occupato dalle frescacce e dall’incandescenza di innumerevoli stupidità. Precoce e minaccioso, il caldo, quello vero, si abbatte con trasversale indifferenza su tutta l’Italia. L’elenco delle conseguenze è già previsto e scritto, con le sue immancabili emergenze di fuochi più o meno naturali, di squilibri idroelettrolitici di anziani spaesati, di tende ridotte a suffumigi non voluti, di energia consumata per l’aria finta. Speriamo almeno che gli affettuosi avvertimenti abbiano fatto in tempo a raggiungere tutti e che tutti si siano tolti il maglioncino. Sì, perché magari qualcuno, ignaro, poteva starsene tranquillo col suo Loden. Invece, vedi come ci vogliono bene?

Lo schermo televisivo scalda, il computer da riempire di parole scalda, il vociare scomposto di ideologi da strapazzo scalda, la rabbia per la vacuità scalda, persino le precauzioni suggerite scaldano. Basterà un gelatino? Basterà una bibita? Forse sì, ma soltanto facendone un uso improprio. Probabilmente, due coni alla nocciola infilati nelle orecchie, concederebbero un po’ di silenzio, il più rinfrescante dei rumori. Un bel chinotto frizzante e ghiacciato potrebbe essere versato nel tubo catodico, per scompaginare la fuoriuscita inarrestabile di esorcistico vomito verde a spruzzo. Altri rimedi non mi vengono in mente.

La «persistenza di un promontorio africano» è la causa di questa anomalia. Detto così, potrei pensare che è anche l’effetto. L’immagine associata è quella di improbabili dune desertiche che stendono propaggini tentacolari di sabbia bollente verso allibiti omini in giacca e cravatta, convinti dell’invalicabile protezione mediterranea. Invece no. Nessuna protezione.

Dalla terra e dal cielo africani, tutto può arrivare per mischiarsi in mezzo a noi. Non è giusto essere impreparati ad accogliere un’incertezza dell’atmosfera, un pianto implorante, un bastimento di speranze, due stracci di bisogno. Il livello giallo o arancione del nostro stupore è la misura della nostra ignoranza.
 

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La Stampa, n. 447 17.05.09 - La felicità dell'ovulo, di Mina Mazzini, http://www.minamazzini.com/

Dipende da quanti figli fai. Se ne fai uno c’è qualche possibilità di verificare la teoria per cui la felicità sarebbe ereditaria, come sostiene uno studio Usa. La predisposizione verrebbe trasmessa addirittura in fase di concepimento. Le sostanze chimiche legate ai diversi stati d’animo influirebbero su ovociti e spermatozoi e avrebbero un impatto a livello genetico.

In fase di concepimento? Ecco, se ho capito bene, non credo che in quella contingenza i futuri genitori siano tanto di malumore. Per cui ci dovrebbe essere un mondo popolato da gente beata, soddisfatta, felice. Vi sembra che sia così? Halabe Bucay ha spiegato: «La mia ricerca suggerisce l’idea che la psicologia dei genitori prima del concepimento può effettivamente incidere sui geni del bambino». Prima del concepimento? Ma quanto prima? Minuti, ore, mesi, anni?

La cosa diventa un po’ vaga. «Il comportamento dei genitori influisce sui bambini, così come i geni che un bambino riceve dai suoi genitori aiutano a formare il suo carattere», ha spiegato Halabe Bucay. Ma va’? Una rivelazione!

C’è chi ha anche dieci figli. Come dovrebbero essere? O tutti felici, solari e ottimisti o tutti cupi, torvi, introversi.

Il signor William Bains, direttore di Bioscience Hypotheses, la rivista su cui è stato pubblicato lo studio, spiega: «Abbiamo voluto pubblicare il lavoro per conoscere l’opinione degli altri scienziati e sapere se altri gruppi di ricerca hanno dati che possono sostenere o smentire l’ipotesi». Spero che altri gruppi di ricerca abbiano di meglio da fare. Ammesso che sia vero, trovo veramente indiscreto questo svelamento di come avremmo approcciato quel momento... topico. Già ci accusano di quasi tutto, i nostri figli. «Mamma, sono depresso. È colpa tua. Dovevi farmi con Fiorello». «Papà, sono triste. Perché Luciana Littizzetto non è mia madre?». Sento, incoltamente, il desiderio di tornare a un po’ di ignoranza, un po’ di mistero. A qualcosa di cui non si debba parlare pubblicamente.

Trovo che voler chiarire questo «segreto» sia una cosa indelicata. E poi, che banalità l’equipollenza tra allegria e felicità! Il mondo della felicità non è abitato da denti in bella mostra stampati in faccia a tutti i costi come nell’ore stultorum, ma piuttosto da motivi così rari che spesso è difficile riconoscerli. Allora mi viene voglia di invocare e augurarmi l’esistenza e la facile trasmissione del gene dell’intelligenza, prezioso e utilissimo segno di riconoscimento indipendente dalla disposizione degli angoli delle labbra.

 

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La Stampa, n. 446 10.05.09 - La calamita del parroco, di Mina Mazzini, http://www.minamazzini.com/

Avrà certamente raggiunto il suo scopo don Mario Pellizzari, parroco di Campigo. Ne vedrà molta, moltissima di gente, oggi, alla messa. Ci saranno giornalisti, telecamere, curiosi e tutta quella varia umanità che segue, assetata, fatti e fatterelli che possano dare una qualche visibilità, che ti permettano di agitare la manina per salutare i parenti e gli amici del bar che finalmente ti vedranno «alla televisione». «È emerso che il maggior cruccio di genitori e nonni è vedere i loro ragazzi snobbare la messa».

E allora cosa fa il parroco di Campigo? Digiuna per 72 ore contro la disaffezione dei fedeli nei confronti della messa. Neanche troppo, giusto il tempo minimo che ci vuole perché la cosa produca una piccola eco. È fin troppo evidente che l’anticultura dell’esagerazione contagia anche i pastori di anime sbandate. Le pecorelle sono in disordine sparso. Serve una calamita. Non c’è spazio per convincimenti spirituali. Bisogna agire sull’attenzione per l’eclatante. La prima domanda da porsi è: ma veramente quello che preoccupa, che inquieta, affligge e tormenta i parenti dei ragazzi di Campigo in provincia di Treviso è il fatto che i loro figlioli non vadano a messa? La seconda domanda è: ma dove vivono?

In una bolla fatata, in un paese di fantasia, forse a Oz, dove non esiste tutto quello che tocca ai nostri figli che devono combattere con draghi ben più potenti, ben più crudeli, ben più destabilizzanti? La terza domanda è: ma veramente don Mario, intervistato sul celibato dei preti ha detto: «In Veneto si dice che la moglie è la croce e il marito il crocefisso: noi preti la nostra croce l’abbiamo già, perché andarcene a cercare un’altra?». Sappiamo che i veneti sono spiritosi, non tutti e non sempre però, ma questa mi sembra una battuta agghiacciante.

Non mi fa ridere per niente. E non sto a illustrare perché, ça sault aux yeux. La quarta domanda da porsi è: non saranno proprio le «messe musicali per ragazzi» che il parroco organizza a produrre l’effetto contrario? Gesù ha detto: «Se non diventerete come bambini, non entrerete nel regno di cieli» e allora lui distribuisce caramelle e cioccolata sul sagrato della chiesa, dopo la funzione. Lodevoli intenzioni, commoventi propositi, suggestivi intendimenti... non so, però, se a Roma saltino dalla gioia per queste iniziative... «La Chiesa non fa granché per adeguarsi ai tempi: io ci provo», precisa ancora il tenerissimo don Mario. Non so, però, se a Roma saltino dalla gioia... più probabilmente werden sie aufspringen, sussulteranno.

 

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La Stampa, n. 445 03.05.09 - La poesia ha le ali di carta, di Mina Mazzini, http://www.minamazzini.com/

La poesia non è soltanto quella che si scrive. La puoi trovare nelle pieghe di un lenzuolino da culla, nel cucchiaio caduto per terra sfuggito a una mano non abbastanza ferma, nel rumore delle ruote della bicicletta che passa dall’asfalto liscio a uno sterrato che ti porta verso un boccone di solitudine, nella forcina di tartaruga che non trattiene più lo chignon di tua madre, nell’immobilità di uno sguardo davanti al mare in una notte d’inverno, nelle parole incerte di un vecchio che non ricorda più, nel baule dimenticato in soffitta pieno di indispensabili inutilità, nel frusto peluche di quand’eri piccolo cucito e ricucito, lavato e rilavato, nel gesto di tuo figlio la prima volta che riesce a pettinarsi da solo, nel sorriso stanco di chi ce la fa, ma non ce la fa più, nel rumore dei tuoi passi su un antico acciottolato che non frequentavi da troppo tempo, in una foto che più la guardi e più sbiadisce.

La poesia c’è, se la vuoi vedere. E, parafrasando Don Marquis, riconoscerla è come sentire l’eco di un petalo di rosa buttato nel Grand Canyon. La poesia può essere misteriosa e non è certamente soltanto quella scritta con le parole. Magari la trovi nel bianco della pagina che intervalla i versi perfetti di un poema di Montale o di Bertolucci o di Quasimodo o di Ungaretti o nei sonetti di Shakespeare.

Bisogna avere occhi e anima per riuscire a riconoscerla e amarla. E, se ce la fai, sarai premiato dall’attimo di riflessione che ti assale, dall’umidore che ti appanna la vista, da un piccolo sospiro del quale magari ti vergogni, ma del quale sei geloso.

Ieri, a Salisburgo, si sono concluse le gare per incoronare il miglior lancio, anzi, il miglior lanciatore di aeroplanino di carta. Si tratta del secondo Campionato Mondiale. Alla competizione hanno partecipato 253 «piloti» che hanno superato i 613 tornei nazionali di qualificazione in 85 Paesi, per un totale di oltre 37 mila partecipanti.

Trentasettemila poeti. E tutti universitari in corso d’opera.

Questo mi fa ben sperare. Forse sta crescendo una generazione di uomini nuovi che sanno cosa vuol dire sostenere con il pensiero e l’applicazione, perché no, un sogno che sembra esile soltanto a chi non lo capisce e, magari, ne ride. I nostri finalisti erano soltanto tre: Stefano Sbarra di Bergamo, Marino Brundu di Cagliari e Antonio Terrone di Napoli. Mi fa un grande piacere ricordarne i nomi. Non so se uno di loro ha vinto e non voglio neppure sapere chi si è portato a casa la Coppa. Non ha importanza. Quella era poesia. «E la poesia si ricompensa da sola».

 

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La Stampa, n. 444 26.04.09 - Sacrestano con la svastica, di Mina Mazzini, http://www.minamazzini.com/

Inciampare nell’intelligenza è un’eventualità altamente improbabile che si verifica sempre più raramente. Quando succede ti senti l’eletto che assiste al «prodigio». Di sicuro non avresti potuto presenziare a questo portento se fossi entrato nella chiesa di San Francesco di Vigevano, accolto dal sacrestano.

In un giorno abbastanza particolare in cui, in un altrove che in realtà si dirama in tutto il mondo, una grande e plurale quantità di persone ricordava le vittime della Shoah. Lui, il sacrista, unico nella sua funzione, aveva pensato bene di bardarsi con una fascia al braccio che metteva in bella mostra una svastica. Tanto per non resistere ai pizzicori intellettualistici, diversi curiosi del nulla gli chiedono il perché. Il poveretto risponde qualcosa che assomiglia ad un «perché sì». Poi articola dei concetti fondamentali come «sono orgoglioso delle mie idee» oppure «a nessuno deve importare la mia convinzione, basta che io faccia bene il mio lavoro» e inoltre «anche cattolici votano a sinistra e hanno votato a favore dell’aborto». Ecco fatto.

A parte il mal di testa che sarà venuto al vescovo della Diocesi di Vigevano monsignor Claudio Baggini, per non parlare del kopfschmerz che avrà colpito teste ben più alte dalle parti di Roma, siamo in un Paese libero e tutti possono aprire la bocca e «daje fiato».

E così tutti hanno potuto capire il messaggio semplice, espresso in stile standard-mediatico-quotidiano. Direi espressionismo e iperrealismo e scioccante contrasto. Ma la folklorizzazione delle idee non si ferma al reportage dell’evento. In accordo con la trita e ritrita reazione cantilenante ad ogni detto e scritto, pessima tradizione della polemica dei nostri tempi, compaiono immediatamente le dissociazioni, le condanne, i silenzi self explaining.

Probabilmente esiste un popolo di assenteisti della vita che non ha altro cui pensare se non al «pane grattato», cremonesissimo simbolo dell’inconsistenza. Non a caso e non eccezionalmente l’antiebraismo e il negazionismo vivono, mettono in scena formidabili rigurgiti e sopravvivono nel proprio vomito. Tanto per fare riferimento all’attualità, un presidente iraniano, un vescovo tedesco, qualche organizzato gruppo di pelatissimi, un pallido sacrestano di Vigevano e imprecisati altri si spendono e si espongono per smentire la storia e non smentire se stessi.

Sarebbe serio non replicare. O, almeno, trattare l’argomento con la rozzezza che merita. Impegniamo il tempo a costruire qualche sassolino consistente di nuova intelligenza in cui sia gradevole inciampare.

 

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La Stampa, n. 443 19.04.09 - La vita sotto i piedi, di Mina Mazzini, http://www.minamazzini.com/

Abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i pesci, ma non abbiamo imparato l’arte di vivere come fratelli».

Martin Luther King lo diceva una quarantina di anni fa. L’essere umano, da quando esiste, non ha mai riconosciuto alcun fratello. Da anni, da secoli, da quando la storia si racconta, questo concetto diventa evidente in tutte le «imprese» dell’uomo. Chi ha predicato l’amore è stato ammazzato. E troppe sono le croci che abbiamo visto tirare su. Una foresta. Una giungla che si allarga e arriva fino alla soglia di ogni esistenza. È pur vero che, su qualsiasi Calvario, qualche ladrone lo si trova sempre a far compagnia al giusto. E questa non è che la conferma dell’incorreggibilità della naturale ferocia dell’animale uomo. Il numero delle forche che vengono innalzate deve sempre essere alto.

L’uomo non accetta di salvare il colpevole e non ammette la salvezza dell’innocente. E il filare di croci continuerà ad avanzare fino ad arrivare alla porta di casa. Quando la casa ce l’hai. Quando, per l’impossibilità di amore e di rispetto, la casa fragile non crolla come quella dei tre porcellini sotto l’urto del fiato del lupo. Si ammazza per un parcheggio, per un complimento fatto a una ragazza, per poco lurido denaro, per una pizza, per un pizzo. Addirittura per gioco.

Di morti si tratta e non molto di più. L’omicida e la vittima sono sempre uguali e, al massimo, si travestono per scambiarsi la parte e non annoiare il pubblico che non dovrà rimanere passivo, dovrà imparare e irrompere a propria volta sul palcoscenico. E quando qualcuno, un vicino di casa, la maestra di scuola, il solito proprietario del Bar, un amico, il prete vengono intervistati sul colpevole di turno dal solito giornalista in cerca di afflizione, fanno tutti la stessa dichiarazione. Affermano sempre la sua insospettabilità e la sua «normalità». Sull’altare della sorpresa sono stati sacrificati giudizi necessari e tempestivi riguardanti genocidi e guerre sporche. Figuriamoci se non è «normale» un serial killer o un monoassassino. Tutti normali, infatti. Come leoni, iene, licaoni, coccodrilli.

L’uomo è portatore di dolore. Esci dall’adolescenza senza alcuna arma possibile per difenderti da chi ti avevano garantito essere un fratello. E tutto il dolore provocato impietrisce e agghiaccia.

«È quando ti rimane solo la vita e nient’altro che comprendi il privilegio di ogni respiro» scrive Roberto Saviano dopo la visita in Abruzzo. Ma come lo spieghi il valore della vita agli assassini di professione, come puoi farglielo entrare nel cuore? Il cuore non l’hanno mai avuto.
 

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La Stampa, n. 442 05.04.09 - La fine di una stella, di Mina Mazzini

Philip Nitschke, autore di un manuale sull’eutanasia, ha intenzione di mettere in vendita in Gran Bretagna un kit di facile uso per togliersi la vita. Il dolore insopportabile esiste. Fisico, sentimentale che sia, non ha importanza. Nessuno si prepara a conoscere la propria soglia, ma può capitare a tutti di imbattercisi. Ci vuole un rimedio. Il Dottor Morte ne ha ideato uno. Ci hanno provato in tanti. La letteratura e la filosofia sono ricche di teorie sul suicidio e sulla sopportazione ad oltranza e la storia e l’attualità raccontano di esempi di coraggio e vigliaccheria con esito alternante, indifferente interpretazione e inimitabile significato.

Mi torna in mente qualcosa che non ho mai dimenticato. Un’anestesista bella, con un nome da stella, un giorno di molti anni fa, morì suicida. Era estate, era il suo primo giorno di ferie. Il suo armadietto dell’ospedale, alla mattina, fu trovato perfettamente vuoto. A tutti quelli che avevano avuto l’occasione di vedere la perfezione tecnica della sua morte rimanevano soltanto domande e ammirazione. Specialmente i colleghi non poterono fare a meno di sottolineare il professionale impiego di farmaci e dosaggi, quasi a consolare i sorpresi e a sconfessare chi pretendeva di sostenere un’obbligatoria associazione tra disperazione e scomposte contorsioni. In realtà era sdraiata nel suo letto, sorridente. Non appariva molto diversa da centinaia di malati cui aveva dedicato il suo sapere in quella stramba, artificiale, necessaria situazione che è l’anestesia generale. Era giovane, come il suo grande amore che, poco tempo prima, non aveva superato un grave intervento al cuore. Lei aveva soltanto aspettato le vacanze. Per non scombinare i turni di ferie dei colleghi.

Mi torna intatta la commozione e l’ammirazione. «Non posso vivere senza te», forse l’abbiamo detto tutti. Qualcuno ripetendo parole da canzonette e qualcuno giurando con convinzione sacramentale. A volte non si può sopravvivere ad un amore perduto, ti manca il fiato, ti passa «la voglia di mandare sangue al cuore», la disperazione ti asciuga. Quando il sonno non sai più cosa sia e aspetti soltanto «la prima notte di quiete», quando non ce la fai e non vuoi farcela, quel «non posso vivere senza di te» diventa reale e improrogabile. La dolcissima dottoressa ha preferito mettere fine alla sua vicenda su questa terra perché era l’unica conclusione sensata e rispettosa della sua storia d’amore. Della loro storia d’amore. Non riesco a smettere commozione e ammirazione. E adesso si indigni pure chi ne ha la voglia o il ruolo.

 

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La Stampa, n.441 01.04.09, Ridere all'italiana, di Mina Mazzini

Oggi non mi va di snobbare la scienza del nulla. In fondo, dietro un qualsiasi risultato di una qualsiasi ricerca, anche se brilla per la sua massima inutilità, c’è sempre un barlume di buona volontà, di sana fantasia, di applicazione e di fatica. Questa volta si sono affaticati a cercare la regola d’oro per non sbagliare il calcio di rigore, la legge che regola la categoria dello humor e la matematica del divorzio. Come farne a meno? Liquiderei il problema della «lotteria dei rigori» con qualche rimpianto per non aver dotato Baggio di una calcolatrice in un campo americano nel 1994. Liquiderei i calcoli delle probabilità sul divorzio con l’avvilente evidenza che le statistiche assimilano il matrimonio a una specie di scommessa tipo «rosso o nero» o «testa o croce» o giù di lì.

Mi soffermerei sugli otto buoni motivi e le loro combinazioni per cui ci è dato di ridere. Non in senso possibilistico, si intende. Stiamo parlando di riflesso quasi obbligatorio. The eight patterns of humor è il titolo del libro di Alastair Clarke. Costui è un signore rispettato e rispettabile per il rigore metodologico che adopera in tanti studi che provano a schematizzare il comportamento umano. Io non mi ci dedicherei, in base al mio personale profondo rispetto per il singolo uomo e a quello un po’ meno profondo per la specie.

A puro scopo di polemica tenterei soltanto qualche esperimento per confutare le tesi dell’anglosassone sul riso. Totò fa ridere e può far ridere ogni volta in modo diverso o in momenti diversi della stessa gag vista e rivista mille e mille volte. Posso ammettere che le battute responsabili dell’ilarità siano schematizzabili nei principi di Clarke come la ripetizione positiva, la ricontestualizzazione qualitativa, la scala e altre «quisquilie e pinzillacchere».

Ma provate a far recitare le stesse sequenze di parole, nella stessa ambientazione, all’interno della stessa sceneggiatura a mille, milioni di persone (compresi tutti i comici del mondo). Non riderebbe nessuno. L’esempio di Totò è tipico. Con lui si ride indipendentemente dal copione e lo si può fare per amore, per tenerezza, per complicità. E le stesse emozioni, a parità di cose dette, non le dedicheremmo a nessun altro. Forse l’Italia, con i suoi piccoli grandi Totò e i suoi piccoli grandi estimatori, è diversa dalla Perfida Albione perché non possiede il famoso, esclusivo, regale, superbo, proverbiale, discretissimo «sense of humor». Non so se Clarke parlasse anche di noi. Forse l’Italia, a volte, ride anche di nulla. Per non inondarsi di pianto. Ma lui non lo sa.
 

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La Stampa, n.440 22.03.09, A scuola l'ora di violenza, di Mina Mazzini

Chissà se quell’omino che anni fa girava per le vie di Tokyo, chiedendo pochi soldi per farsi picchiare, sarà deliziato all’idea che in una scuola del Texas qualcuno si è ispirato a lui. Pur con le debite differenze, il principio di fondo è lo stesso: ricorrere a calci e pugni per affrontare e chiudere un problema. Con i cazzotti subìti l’omino risolveva l’ansia per la sua sussistenza. Nel liceo di Dallas la pratica della lotta gladiatoria di due studenti chiusi in gabbia fino a quando uno dei due soccombeva è stata usata per anni come forma per risolvere un contenzioso o un litigio. Partendo, forse, dall’idea che la dialettica verbale è attività troppo nobile ed esageratamente bisognosa di capacità retoriche ed espressive, l’insegnante di football americano portava i litiganti in una gabbia rudimentale situata nello spogliatoio e li invitava a combattere. Già ci sarebbe da considerare in quale sistema scolastico serio qualcuno possa pensare alla necessità di avere un docente di football americano.

Per di più, in questo caso, insensatamente capace di estendere la logica della violenza del suo sport fino a farsi pubblico assertore di una pedagogia che richiama i criteri barbarici della «giustizia fai-da-te». Ma ciò che inquieta è il fatto che la stranezza, anzi la follia, della metodologia educativa del docente sia stata applicata anche da altri, e approvata dal direttore, nello stesso liceo. Inutile dilungarsi su come la scuola abbia anche il compito di insegnare a relazionarsi secondo modalità che ci differenzino dalla brutalità animale. A costo del rischio di cadere nella retorica, va ribadita la funzione essenziale della scuola, assieme alla famiglia, di essere luogo dove venga esaltata e portata a consapevolezza l’esigenza di essere pienamente uomini. Gli americani, solitamente, ce la mettono tutta a far emergere la sotterranea pazzia che li caratterizza, ma non credo che la violenza bruta come forma di soluzione dei problemi risieda solo oltre Oceano. Abbiamo tutti presenti le immagini dei tentativi di linciaggio, leggiamo di squadracce con intenti punitivi. Le risse verbali e fisiche scoppiano per un parcheggio conteso o per le gocce della biancheria stesa. Non nel Texas, ma in quella terra che una volta si vantava di essere la culla del diritto che è nato come forma di soluzione dei contenziosi, rinunciando al bisogno istintivo di vendetta, a beneficio della ragionevolezza. Ma, da quando la cultura moderna ha portato l’uomo a retrocedere, anche la logica del diritto è stata ridotta al rango della retorica. E ne stiamo pagando tutti le conseguenze.
 

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La Stampa, n.439 15.03.09, Galeotto web, buon compleanno, di Mina Mazzini

Ha sempre saputo che Fiamma non avrebbe mai finito di colpirlo con baleni di emozioni nuove. Per questo l’amava senza riserve. Fino a scoppiare. Quella volta, poi, non aveva potuto fare a meno di fare blasfemi collegamenti con Lourdes. Il ragionier Giustini, rientrando a casa, faceva lentamente scivolare i passi sotto la finestra dei desideri. Le ante erano aperte, la luce del cielo era quasi spenta, la faccia di lei appariva azzurrina di sfavillii provenienti da una scatola con il coperchio alzato.

La scena assomigliava a un miracolo per la combinazione dei riflessi e della sua incomprensione. L’avanzare dell’andatura aveva perso il ritmo per un breve arresto rivelatore. La scatola piatta assomigliava a quelle ripetute all’infinito sui tavoli dei colleghi d’ufficio. Il computer non apparteneva allo strumentario del suo lavoro. Non si era mai saputo se il ragionier Giustini avesse scelto per sé l’archiviazione manuale o se, piuttosto, non fosse questa mansione ad aver scelto lui.

Fiamma dunque aveva un computer. Fu quella la ragione che lo mosse, venerdì scorso 13 marzo 2009, il giorno del compleanno del www, a partecipare a una festa organizzata dai suoi colleghi di lavoro. Dovevano celebrare un evento epocale.

Giustini non ne conosceva il significato, ma sapeva che aveva a che fare con la trasfigurazione azzurra di Fiamma. Qualche striscione faceva riferimento a un certo Tim Berners Lee. Il ragioniere si muoveva a scatti per cogliere nelle conversazioni eccitate una parvenza di riconoscibilità ed eventualmente azzardare un’intromissione. Ipertesti, server, domini, web semantico non gli permisero alcuna forma di partecipazione, ma, come capita agli uomini buoni concentrati su amori veri oltre che sulla propria umiltà, si fece la promessa di sconfiggere quel pezzo di ignoranza.

Aveva deciso di imparare tutto sull’uso del computer. E in fretta. Voleva mettersi in condizioni di comunicare con lei. In forma anonima, per cominciare. Lui che non aveva mai trovato il coraggio di parlarle, se non un rapido buongiorno e buonasera, aveva il cuore gonfio di frasi d’amore che, se non avessero trovato la strada per uscire, l’avrebbero soffocato. A quella festa il ragionier Giustini si estraniava. Si allenava mentalmente a scrivere lettere d’amore e a cercare di memorizzarle per quando fosse arrivata la famosa macchina che aveva ordinato dando fondo a tutti i suoi risparmi. Ne valeva la pena, uno strumento magico che l’avrebbe avvicinato a Fiamma in qualsiasi momento del giorno e della notte. Sarebbe stato meno solo, il ragionier Giustini. Le sue labbra si stesero in un breve sorriso mentre, in un angolo, girando le spalle ai colleghi, alzò il suo bicchiere: «Grazie, web. Buon compleanno!».
 

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La Stampa, n.438 08.03.09, Dialetto, lingua dell'anima, di Mina Mazzini

Eppure non sono tanto lontana. E poi ci vado ogni volta che posso. A Cremona. La mia città. Che mi insegue da quando me ne sono andata. La mia città che mi manca. La mia città alla quale mi sembra di appartenere sempre di più, ogni minuto che passa. E la nostra lingua? Ah, la nostra lingua che ho cercato di trattenere e che cerco di praticare più che posso. Il nostro indolente, liscio, sensuale, pigro dialetto. Con le sue soste prolungate, trascinate e riposanti sulle vocali dell’ultima sillaba. Mi ci avvoltolo dentro come in una enorme coperta calda. E quando mi sembra di non ricordare qualcosa: «Ciaaao, come si dice di uno che cammina come se fosse ubriaco, che non mi ricordo?». La risposta pronta e precisa mi rassicura. «Cat, se diis: iëën che va in dinduloon, belesa». Grazie, Giuseppe, anche per quel «belesa», un termine che si rivolge solo a persone alle quali si vuol bene.

Vuol dire bellezza, ovviamente, ma non soltanto in senso fisico. Si attribuisce a chi ti suscita un senso di godimento affettivo e intellettuale. Per me il dialetto è diventato la lingua dell’anima, l’idioma da usare soltanto con chi occupa un posto particolare nella mia vita. Ne sono quasi gelosa. «Volgar’ Eloquio», ideato da Massimo Zanello, assessore alle Culture, Identità e Autonomie della Lombardia, è un grande evento.

Un evento interamente dedicato alla cultura del dialetto, per celebrare l’identità, le radici, la tradizione attraverso la musica, il teatro e la poesia. Lodevolissima iniziativa per chi ama ed è curiosa di tutti i dialetti, fino alla «parlesia». La Parlesia è l’antica e criptica lingua adoperata dai musicisti napoletani per comunicare fra loro in tutta discrezione. È servita nel tempo per non farsi comprendere in un ambiente spesso ostile. Ricordo di averla sentita usare persino da Totò con un suo segretario, mentre provavamo al teatro delle Vittorie. «Principe, appunisco ‘a parlesia». Capisco la parlesia. Glielo dissi per non sembrare una che stesse spiando quello che lui, magari, non voleva far capire, anche se stava chiedendo soltanto qualcosa da mangiare, da «smurfì».

Troppe lingue si estinguono. E così il gardiol, il quetzaltepec, il mescalero-chiricahua, il töitschu assomigliano a stegosauri senza raggi di sole o acqua. La rianimazione intelligente di parlate speciali non è soltanto divertimento intellettuale, ma anche dovere «biologico». I dialetti, soprattutto quelli sonoramente più lontani dalle lingue ufficiali, possiedono il fascino della musica capace di travalicare il mondo dei significati per fare spazio a quello dell’emozione.
 

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La Stampa, n.437 22.02.09, Roy lo squartatore, di Mina Mazzini

Agghiaccianti fotografie di bambini che guardano atterriti i corpi fatti a fettine pubblicizzano la mostra di cadaveri «Bodies» aperta ieri, per la prima volta, a Varsavia. Il luogo? Un grande centro commerciale. Where else? La prima domanda sarebbe: quale genitore porta i propri figli a vedere un simile spettacolo, a parte gli Addams? Il raccapriccio è un’emozione forte che accelera la distrazione e altera la lucidità nelle scelte. Il curatore della mostra è un professore in pensione della Università del Michigan, Stati Uniti. Converrà affrettarsi. Chi mai vorrebbe perdersi una quindicina di cadaveri fatti a pezzi, a fettine, con la pelle, senza pelle, forse una dadolata non mancherà, una fricassea, suppongo.

Roy Glover, il curatore, dopo trent’anni di insegnamento, sostiene che questa mostra è stata fatta con un importante intendimento: l’educazione. Insegnava anatomia, ovviamente, e forse avrebbe dovuto smettere un po’ prima e andare a farsi qualche giretto rinfrescante nei boschi e nelle vallate che certamente nel Michigan non mancheranno. Non so. Forse il contatto così prolungato con il corpo umano e le sue putrefazioni può mandare fuori di testa.
I proprietari avevano, in vita, lasciato il proprio corpo alla scienza.

Sicuramente non avevano sospettato, durante la stesura del testamento, di poter essere acetonati, siliconati e confezionati come dei Big Jim o dei Gormiti o dei Babbi Natale appesi alle insegne di un negozio secondo le leggi dell’ammiccamento più bieco. Non riesco a non pensare che quelle fettine messe in fila come un macabro trenino appartenevano a un uomo, a un pensiero, a un’anima, un sorriso, pianti dirotti, storie magari dure, fatica, sollievo, intelligenza. Una persona. Una persona non è un corpo. Ma il corpo che la ospita merita cautela, considerazione, rispetto. Almeno come quelle camere da letto che portano l’iscrizione: «Qui ha dormito Garibaldi». Almeno.

C’è un’unica espressione che mi piacerebbe illustrasse la realtà. «Il signor Tal dei Tali è scomparso». Ecco, sì. Sparire. Così nessuno può più metterti le mani addosso e nessuno ha un simulacro da vegliare. La morte, come frutto di magia delicata e dolce, è meritevole di rispetto e stupore insieme. La definitiva assenza dal consesso sensoriale deve significare che il diritto dei viventi riguarda soltanto la memoria. Quei signori lucidi e scuoiati in mostra a Varsavia non sono altro che un ulteriore sintomo delle devianze di un’umanità che si vuole drogare di esagerazioni estetiche per non soccombere alla propria povertà di spirito.
 

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La Stampa, n.436 20.02.09, Sanremone mio, di Mina Mazzini

Bello, Sanremone mio! Turgido, diritto come un fuso, con la brillantina sui capelli ben pettinati, la giacchetta delle grandi occasioni, le scarpe tirate a lucido, impavidamente sbilanciato a voler piacere.
Sei tutti noi. E noi siamo pazzi di te.
Sei la puntuale cromatura gratuita del nostro paraurti, a metà inverno.
Sei la boccetta magica che contiene una speranza e la sua disillusione, un veleno e il suo antidoto, il gesso e il cancellino, la matita e la gomma.
Sei un rassicurante consolatore che ha saputo idealizzare le passioni fatte in casa in una Italia tenacemente provincialeggiante, che profuma di bucato, agnolotti, consecutiones avventurose e rigori parati.
Gentilissimo Sanremone mio, sei un miracolo sospirato per un anno, tu che dai voce a tutti, che permetti che ognuno si senta superesperto e si esprima, pontifichi nella materia di cui ti occupi. Musica e spettacolo. Sì, certo. Faccende da tempo libero, robetta... Materia apparentemente così accessibile e miserabile da autorizzare chiunque a strapazzarla a sangue.
Meritevole Sanremone mio, che ti sei ciucciato, insieme con me un oceano di elegantissime parole sull’opportunità della mia presenza fisica lì, a casa tua.

Mi hai fatto capire che, d’ora in poi, converrà che si indica un referendum per sapere se posso o non posso andare a fare la pipì o, ancora meglio, se posso o non posso andarci quando mi scappa.
Ospitalissimo Sanremone mio, capace di dare asilo anche a chi, di routine, non sa dire nulla o non ha nulla da dire. Per fortuna, come spesso capita ai molto buoni, anche nella tua casa è capitato che irrompesse la magia. Ed ecco apparire il genio, l’intelletto, la grazia nella personcina divina di Roberto Benigni che ristabilisce pesi e misure, scale di valori e molto altro. E il baratro tra lui e il resto dà ancora più vertigini.
Tenerissimo Sanremone mio, non farci caso se in giro avverti una certa spocchia, un atteggiamento da puzza sotto il naso da parte di chi non ammette la tua importanza e non si vuole arrendere a considerarti la punta di diamante della nostra canzone.
Ineffabile Sanremone mio, ignora chi ti vuole ridurre al rango di intrattenimento solo per anziani o per italiani all’estero, che necessitano di facili emozioni italiote non più che folk.
Poverino, Sanremone mio, che vivi la disgrazia di essere troppo popolare perché ti si riconosca una reale autorevolezza.
Formidabile Sanremone mio, non temere. Noi, tuoi fedelissimi, rimarremo per sempre avvinti a te «come il noto rampicante». Come l’edera, appunto.
 

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La Stampa, n.435 15.02.09, Tamponamento fra le stelle, di Mina Mazzini

Attenzione. Popolazione. Boom! Due satelliti si sono scontrati. Le carrette del cosmo, di cui una addirittura in sospetto disuso, hanno incrociato la rotta o forse si sono tamponate. Già, chissà se lassù girano tutte nello stesso senso. Non so. Insomma, si sono rotte. Altri incidenti si erano già verificati in passato. Questo, però, rappresenta il segnale di un traffico che comincia a congestionarsi colpevolmente e, in assenza di adeguata segnalazione, rende statisticamente probabili le collisioni. Dopo ogni frase potrei cominciare a sparpagliare tanti «chissenefrega».

Ve li risparmio per fingere una robusta astronautica passione. Sul pianeta Terra, in alcuni sperduti, semisegreti o addirittura pulcinelliani osservatori, immagino tecnici annoiati e semidormienti che si imbambolano gli occhi tra playstation, scacchi, parole crociate e puntini verdi sui monitor che sorvegliano migliaia di chilometri di strato celeste oltre l’atmosfera. Ogni tanto si chiamano al telefono e con stanche parole russe e americane, con nostalgici sussulti da vecchie glorie, si informano di aver perso il conto degli oggetti circolanti. Si arrendono quasi subito all’ignoranza. Hanno perso il controllo degli oggetti visibili, di quelli volutamente invisibili, di quelli silenti, di quelli morti senza traccia.

Alcuni, i più abili ad usare un residuo barlume di doppiogiochismo, trasmettono informazioni confondenti. Rimangono gli ultimi cultori della guerra fredda che si può giocare soltanto molto in alto, là dove il suo pericoloso e ridicolo anacronismo sfugge alla sorveglianza. I controllori chiudono un occhio, se va bene. In linea di massima, poi, ne chiudono due per un più lungimirante pisolino. Gli incidenti, come questo, li fanno sobbalzare e tornano sotto i riflettori. Appaiono in tutto il loro splendore le lacune tecnologiche e politiche che sono le classiche magagne dell’uomo, quando, superbamente, sfida se stesso e tocca i fili dell’alta tensione.

Peccato che qualche pezzetto di astronave sbriciolata non possa contundere il colpevole crapone di alcuni meritevoli bersagli umani che saprei benissimo individuare. Occasione persa. La polvere di stelle, dono del cielo, punizione, se non divina almeno transatmosferica, non ci sarà. Ci assicurano che, purtroppo, i detritoni della collisione spaziale non arriveranno mai su questa terra. La temperatura, nell’avvicinamento, li farebbe liquefare. La protezione da lassù sembra valere per i colpevoli e gli innocenti. Non vorrei che si trattasse di buonismo bello e buono in un momento così adatto, invece, per punizioni esemplari.
 

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La Stampa, n.434 11.02.09, E' la scarpa che fa il dissenso, di Mina Mazzini

Dopo aver navigato nelle alte sfere della freudiana simbologia sessuale, le scarpe sembravano scadute alla normalità della valenza estetica. Ma, oggi, le rinomatissime faccende di Muntazer al Zaidi e Bush a Baghdad, di uno studente di Cambridge e il primo ministro cinese Wen Jiabao, di un innominato di Stoccolma e l’ambasciatore israeliano Benny Dagan, hanno conferito alle scarpe la loro dignità semantica nella rappresentazione dello sprezzante dissenso. Come è evidente dal clamore mediatico, indipendentemente dall’uso, se ne continueranno ad avvantaggiare i calzolai, i maestri inglesi del cuoio, i ciabattini, i tomaisti di Case Reali. Così vanno le cose della vita. Da una parte i maleducati contestatori scalzi e, dall’altra, i malcapitati obbiettivi con la loro scarsa innocenza, il loro briciolo di arroganza, il loro macigno di inopportunità.

In un mondo in cui la comunicazione si arricchisce di strumenti, perde potere la sua unità di misura fondamentale che è la parola e diventano importanti e concepibili alcuni gesti che avremmo voluto fossero relegati, semmai, all’intimità delle mura di casa. E invece no. Lo sfregio della scarpa lanciata è stato applicato in una sede diplomatica e in un paio di aule universitarie... per ora. La volgarità non sta tanto nell’inosservanza di una minima decenza da galateo quanto nel non saper riservare alle occasioni meritevoli comportamenti «eleganti» di superiorità culturale e etica. Su YouTube, la scarpa che volteggia rivoluzionaria e patetica, fa il giro del mondo e sembra poter infiammare i feticisti protestatari. Vedendo e rivedendo a dismisura i filmatini vorremmo convincerci all’applauso. Personalmente non ci riesco. Nell’interpretazione più benevola e nella similitudine più azzardata, potremmo attribuire a questi atti il valore di moderni tentativi risorgimentali con una revisione e un aggiornamento di metodo rispetto all’ironia del Sant’Ambrogio di Giusti e alla solennità del coro del Nabucco.

Più realisticamente attribuisco al lancio delle scarpe il ruolo di un triviale sfogo a scadente penetrazione simbolica e addirittura nullo effetto fisico. Almeno prendere bene la mira per una guaribilissima lacero-contusione. Mi soccorre in questo convincimento una poesia composta in onore del giornalista iracheno dopo le schivate di Bush: «… anche le scarpe non hanno voluto baciarlo…». C’è più espressione spregiativa in queste parole che in mille calzature che avessero potuto stampare la loro impronta sul presidenziale faccino.
 

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La Stampa, n.433 01.02.09, Caro Bolle, tienilo per te, di Mina Mazzini

Ma siamo ancora lì? Ma veramente a noi che siamo martellati dai media con le storiacce dei Vip interessa se uno è o non è omosessuale? Non ci voglio credere. Non credo che sia una nostra irrefrenabile esigenza filosofica venire a conoscenza dei costumi sessuali del nostro vicino piuttosto che del divo di turno. Chi troverei nel letto di Roberto Bolle se facessi un blitz, una mattina, nella sua casa o nel suo albergo? Potrei trovare la strega di Biancaneve, Brad Pitt, Rita Levi Montalcini, Monica Bellucci, un battaglione di alpini, una squadra di pallavolo femminile, Francesco Cossiga, Simona Ventura con tutto lo staff di X Factor. E allora? Ma lo vogliamo dire un bel chissenefrega? Lasciamolo in pace. Ha altro da fare che smentire i supposti outing apparsi sui giornali francesi o italiani o americani.

E oltre a lui, per pietà, lasciamo in pace quei pochissimi che, per fortuna, non hanno voglia di mettere in piazza cosa fanno, con chi lo fanno, perché lo fanno. Vedo in giro per le televisioni una mancanza di discrezione, di sensibilità, un malcostume sempre più triviale. I vari malcapitati si sentono rivolgere delle domande al limite della decenza. «Cosa dici appena finito di fare l’amore?», «Hai provato dolore quando è morto tuo padre?», «Hai tradito tuo marito?», «Hai mai abortito?» e altre finezze di questo generino.

È anche vero che spesso le risposte sono ancora più volgari delle domande... Ecco, «Quante volte hai fatto la cacca oggi?», mi manca, ma credo che fra pochissimo ci toccherà sentire anche questa. Più giù, più in basso e più giù, fino a toccare il fondo.

«Rimango sempre stupito nel constatare come tutto quello che è gossip e fantagossip viaggi più veloce delle notizie che riguardano invece la cultura e l’arte, che sono invece gli unici argomenti di cui amo parlare e di cui mi faccio portavoce». Rimango stupita anch’io, caro, meraviglioso, stellare, perfetto Roberto Bolle. Ma bisogna abituarsi. Noi qui viviamo. Non in un mondo che rispetti la persona nella sua interezza di carne, pensiero e talento. Mi dicono che, rispetto all’Italia, in altri Paesi è ancora peggio. Quindi, una volta di più, evviva. Siamo forse nel posto giusto? Nel Paese del meglio, inteso come meno peggio? «Italia, Italia, di terra bella uguale non ce n’è...», cito questo pezzo anche per fare un minuscolo omaggio a un uomo mite e schivo, un innocente che se ne è andato. Mi viene un dubbio, però, o meglio, una certezza. Mino Reitano si riferiva alla straziante, meravigliosa bellezza del nostro patrimonio artistico e della nostra terra in senso geografico. Non a quello umano.
 

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La Stampa, n.432 18.01.09, Forse esiste e sta ridendo, di Mina Mazzini

Dio non è una marmellata. E la marmellata non è divina. Tranne in alcuni casi. Quella che fa mia zia Piera con le mele renette, per esempio. Quella sicuramente è addirittura soprannaturale.

Dio non è una confettura, addirittura «Dio non esiste», sostiene la Uaar, Unione degli atei, razionalisti e agnostici, e questa sarebbe una «cattiva notizia». Ma ce ne sarebbe anche una buona. «Quella buona è che non ne hai bisogno». Ma Dio non è un elastico, non è un chewing-gum che lo puoi stirazzare di qui e di là. Se poi non esiste, cosa stirazzi? I Presidenti Onorari della Uaar sono persone di una intelligenza lucida, aguzza, intensa. Margherita Hack, Carlo Flamigni, Laura Balbo, Piergiorgio Odifreddi, Sergio Staino, Dànilo Mainardi e altri non hanno certo bisogno di incenso. Anche perché manderebbe un profumo a loro non gradito, suppongo. Certo è che Dio è di grande attualità. Con tutti i nomi, tantissimi, che la cultura, la coscienza, la speranza, l’illusione, la poesia, i miraggi, la disperazione, l’incultura gli danno. Se c’è, se ne deve fare di risate. E se non c’è, è inutile enunciare la sua inesistenza.
Forse il libero pensiero invocato dall’Uaar non è poi così libero. La pubblicità all’inesistenza di Dio è sempre pubblicità.

Nello «statuto» dell’Uaar si proclama che lo spazio mentale dell’uomo è limitato e che deve essere totalmente disponibile alla costruzione di un’intelligenza indipendente senza l’abbandono ad anestesie fideistiche o consolanti coperte di Linus. Strana la necessità di un’associazione per compattare liberi pensatori e ancora più strano mi appare il ricorso alla predicazione. La libertà è un valore assoluto e nel mio pensare utopico differisce dalle ideologie e, soprattutto, non ha bisogno di essere contenuta in ideologismi. Il mondo costruisce i propri conformismi e abusa di azioni e reazioni per validarli o stravolgerli. Mi permettevo la convinzione che le religioni, nella loro essenza, sfuggissero al solito schema. Guerre, ingerenze politiche e sociali, deformazioni psicologiche, limitazioni intellettuali non appartengono alle prescrizioni di alcun Dio, neppure di quello che non esiste, anche se i millantatori ne adottano il vessillo e l’alibi. Ecco, mi sembra di intuire troppa religione nell’ateismo che contesta Dio e troppo conformismo nella costruzione di pagani altari ateici. Si tratterà pure di banalissimi pullman eretici, quelli sui quali si voleva apporre la famosa scritta pubblicitaria, ma, non solo dal punto di vista estetico, assomigliano ai mezzi di qualche campagna elettorale, di qualche crociata, di qualche invasione pubblicitaria di dentifrici, canzonette, arrotini.

La marmellata della zia Piera esiste, non fa male e vive senza che alcuno la neghi o la reclamizzi. E adesso dite pure che è meglio che io canti.
 

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La Stampa, n.431 14.01.09, L'amore? È un elisir, di Mina Mazzini

Donizetti si rivolta nella tomba. Era stato così felice quando il suo Elisir d’amore aveva realizzato il record di trentadue repliche consecutive a fronte di un lavoro di non più di due settimane. L’opera comica dell’Ottocento toccava il suo apice e il cuore di ingenui torinesi alle prese con le fatiche della coscienza risorgimentale. Difficilmente, oggi, il buono e bravo Gaetano accetterebbe l’onta di un dottor Dulcamara post litteram, tale Larry Young della Emory University, il quale seriamente parla di pozioni d’amore, ne rivela la ricetta e ne ipotizza l’impiego per matrimoni traballanti, preselezioni di coppie, conversioni di pulsioni «single» e chissà cos’altro.

Le teorie del santone di neuroscienze, apparse sulla rivista Nature, sono riassumibili nel paradigma che emozioni e sentimenti sono determinati da mediatori chimici e geni. Ovvero noi, così come ciascuno intende se stesso, non c’entriamo niente. Che malinconia! E io che pensavo di essere vittima e carnefice del mio pensiero, della mia coscienza, delle mie preferenze. Una analfabeta, in buona sostanza. Mah... Comunque l’informazione è potente e pericolosa. Un po’ di ossitocina somministrata in forma di spray nasale potrebbe cambiare la storia amorosa di un essere umano e, inevitabilmente, quella della propria discendenza.

Da un punto di vista sociale, si tratterebbe di un’arma più destruente della bomba atomica. E proprio da un punto di vista sociale sarebbe, allora, più utile la finalizzazione di un progetto, già a buon punto e guidato da ricercatori già assurti agli onori dell’Ig-Noble Prize per la pace. Il progetto dell’Air Force Wright Laboratory, Dayton, Ohio, tende alla realizzazione di una bomba chimica che, una volta lanciata su un campo di battaglia, è in grado di rendere i soldati nemici così sessualmente irresistibili da trasformare le azioni di guerra in amplessi amorosi. Tra uomini, I presume. Ma va’?

Certo, qualunque mezzo contro la guerra sarebbe strabenvenuto. Molto meglio che amori obbligati proditoriamente indotti. Proveremo anche questo? Perché no? Le abbiamo tentate tutte. E qui mi sembra di sentire le voci alterate dei benpensanti e il fruscio fremente delle sottane talari. È scienza, signori miei. Arrendetevi. Del resto, su Internet circolano già dei carri armati rosa. Subito l’antidoto, direi, però. Da tenere gelosamente in tasca per ogni evenienza. Non mi piacerebbe essere vittima, a tradimento, di un «ritrovato» così vigliacco. Ma l’utilizzo più largo, non sulla singola persona, forse, è l’«invenzione» del millennio, anzi, di tutta la storia dell’uomo. Fosse vero!

 

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La Stampa, n.430 07.01.09, Che fatica dirci Buon Anno, di Mina Mazzini

Nell’augurio «Buon anno», questa volta, sento tutto lo sconforto, tutto l’abbattimento che ti dà la certezza che un buon anno non potrà mai essere. Neanche nella divinazione più audace. Neanche nella speranza più bambinesca. Facciamo proprio fatica a pronunciarlo, questo auspicio. Suoniamo artificiosi, addirittura artificiali.

Fine della speranza. Limitiamo i danni, questo dovrebbe essere l’imperativo categorico per il prossimo periodo che potrebbe durare molto più di un anno. Saremo costretti a fare miracoli, come Obama. Saremo i forzati della speranza che, dicono, è l’ultima a morire. Infatti anche lei se ne andrà, ma quando noi saremo già putrefatti. Non è tanto la situazione economica, obiettivamente mortale, che mi spaventa, ma è sempre lui. L’uomo che mi disillude e mi atterrisce sempre di più. Un bel campione di quello di cui è capace, direi di quello che è disposto a fare, sta in quella notizia che non può essere sfuggita a ogni essere umano con un avanzo, anche se atrofizzato, di cuore. E la riporto pari-pari per una ulteriore riflessione. Un camionista, positivo ai test di alcol e droga, ha travolto con il suo camion una donna che stava attraversando la strada sulle strisce pedonali e l’ha trascinata per una ventina di metri, ferendola in modo grave.

Poi è sceso e, prendendola per le caviglie, l’ha trascinata sul ciglio della strada ed è scappato. Come gliela spieghi a tuo figlio questa bella notizia? E come gli spieghi la ferocia e la malvagità che ci circonda e ci ottunde? Come fai? Continui a dirgli che deve essere onesto, leale, rispettare l’altro? Gli dici di non fare quello che non vorrebbe fosse fatto a lui? E se ci crede, se crede che gli altri sono come tu vorresti che lui fosse? In che posizione lo metti?

Sì, sono confusa. Ma bisognerà pur dare qualche strumento reale a questi figli per entrare nella vita con uno scudo che non li faccia soccombere al primo attacco. Forse è meglio dire loro la verità. L’uomo è quello che è. Difenditi, figlio mio! Un leone affamato farà meno scempio di te.

«Se qualcuno sparasse razzi nella mia casa, dove le mie figlie dormono di notte, farei tutto quello che posso per fermarlo». Assolutamente d’accordo. Obama mi piace anche per questa frase. Ma è della casa dove dormono tutti gli altri bambini del mondo che mi preoccupo. Ed è «tutto quello che posso» che in bocca ad un Presidente degli Stati Uniti mi inquieta. But they can. Quindi non ci dovrebbero essere problemi. Non vorrei che, dopo il mandato presidenziale, la situazione disperata, ormai compromessa da decenni, gli facesse dire: «Sorry, we couldn’t».

 

Mina Mazzini, «Secondo me» Galatro

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