Appunti

IL CONVENTO BASILIANO SANT'ELIA:

MONACI CRECO-BIZANTINI A GALATRO

In pellegrinaggio con alcuni monaci greco-bizantini al Convento basiliano di “Cubasina”  ove fu seppellito Sant’Elia e studiò Barlaam, vescovo di Gerace  e maestro di greco del Petrarca e del Boccaccio.

 

Di Stilo Umberto

Dopo oltre cinque secoli, nell’austero silenzio del convento S. Elia di contrada Cubasina (o “Copassino”, come si legge in diversi manoscritti medioevali), è tornata a riecheggiare la melodia di un canto greco.

E, come per incanto, anche la natura circostante, in quei pochi minuti, è parsa raccolta ad ascoltare quell’antico motivo che sapeva di angelico e che invitava alla preghiera.

Perché il canto, in realtà, era la preghiera di ringraziamento che padre Nilo e padre Cosmas, quasi rapiti dall’estasi, istintivamente innalzavano al Divino Creatore nel momento in cui si sono trovati all’interno di quella che fu la chiesa del convento. Nello stesso ambiente, quindi, in cui nel corso dei secoli erano soliti raccogliersi in preghiera prima i monaci basiliani (greco-bizantini) e, successivamente, i cappuccini.

 

Click qui per ingrandire l'immagine In una tiepida e soleggiata mattinata di quest’ultimo scorcio di dicembre (1999), Padre Nilo e padre Cosmas hanno voluto che li accompagnassimo fin sull’altipiano di Cubasina dove si ergono maestosi i resti del vecchio convento basiliano.

E insieme a loro è stato quanto mai emozionante (oltre che gratificante) compiere quell’affascinante viaggio a ritroso nel tempo che, improvvisamente ci offriva l’opportunità di percorrere i sentieri del passato di quel monastero che è gran parte della storia sociale e civile di Galatro e dell’intera zona.

I due coltissimi padri sono gli artefici della rinascita del San Giovanni Theresti di Bivongi e gli instancabili animatori della riscoperta del mondo spirituale greco-bizantino-ortodosso nel quale una larga fetta di calabresi affonda le proprie radici cristiane. Compresi i galatresi verso i quali a cominciare da un millennio addietro i monaci basiliani sono stati prodighi di consigli ed instancabili dispensatori di cultura e di civiltà.

 

Il convento di Galatro, come comprovato dai documenti dell’epoca e dalla storia del basilianesimo di quest’angolo di Calabria, è uno dei primi (e sicuramente uno dei più importanti) tra quelli fondati dai monaci greci.

Nelle sue mura dimorò Sant’Elia il giovane (o l’ennese) e, a dar fede alle cronache (non comprovate, però, da alcun riscontro archeologico) al suo interno è stato seppellito il corpo acefalo del santo, giacché la testa, dagli stessi suoi seguaci del convento, è stata portata nel convento di Seminara, ove ancora oggi - in apposita teca di argento - è custodita nel “tesoro” del Santuario della Madonna dei Poveri.

Ad avvalorare la notizia del seppellimento di Sant’Elia all’interno del convento galatrese si sa che nel 1200, di ritorno da un pellegrinaggio in terra santa, davanti alla tomba del basiliano ennese, venne a raccogliersi in preghiera San Cono, originario di Naso (Messina).

 

Nei giorni scorsi, dunque, di ritorno dal convegno di studi su Barlaam, vescovo di Gerace e maestro di greco prima di Petrarca e poi di Boccaccio (che nel monastero galatrese studiò per diversi anni e vi rimase fino all’ordinazione sacerdotale) quasi ad imitare San Cono, un “pellegrinaggio” spirituale hanno voluto compiere padre Nilo e padre Cosmas, non più per genuflettersi davanti alla tomba di Sant’Elia (della quale si ignora l’esatta ubicazione) ma per “raccogliersi in preghiera davanti a quei ruderi che rappresentano una delle più importanti testimonianze del mondo greco-bizantino” perché, come sottolineava padre Nilo, “ogni minuscola pietra di questo convento, per chi, come noi, affonda le radici in quel mondo e in quella cultura, è come un altare”.

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Siamo saliti sull’altipiano insieme ai due padri greci e, appena giunti sulla collina, insieme a loro abbiamo avvertito un istintivo impeto di ribellione nel constatare che, contrariamente a quanto accade in altre zone, quell’antica testimonianza di civiltà e di spiritualità versa nel più completo abbandono tanto che in questo ultimissimo periodo, tra la totale indifferenza di amministratori locali e Soprintendenza, sia le celle del piano terra che il chiostro sono stati arbitrariamente trasformati in una immensa stalla ed il letame ha invaso quegli stessi ambienti in cui fino ai primi anni dell’ottocento diversi eruditi frati hanno vissuto la loro vita monastica.

Nessuno ha mai cercato di tutelare questo vecchio monastero che nel corso degli anni è stato oggetto di continue devastazioni.

Pietre e marmi istoriati sono andati a finire in musei privati; diverse pietre bugnate del portale principale sono utilizzate come contrappeso nei palmenti dell’altipiano mentre in queste ultimissime settimane quelle poche che da anni erano accantonate per terra sono scomparse: pare con destinazione verso uno dei paesi vicini e più precisamente verso l’abitazione di un privato cittadino.

 

E nessuno frena questa continua devastazione, come nessuno mai, in passato, si è preoccupato di bloccare chi, per costruire la sua casetta colonica, ha pensato bene di usare le pietre e (là dove era possibile) ogni altro materiale edilizio recuperabile dalle pareti diroccate del convento.

Una situazione di incuria, insomma, che offende l’intelligenza, calpesta la cultura, ignora la storia e che si sta perpetrando negli anni grazie al totale disinteresse degli amministratori galatresi che hanno sempre sottovalutato la necessità di conservare nel tempo una così importante e concreta testimonianza storica probabilmente perché “distratti” dai diversi problemi di vita amministrativa. Gli stessi che, secondo la teoria di un amministratore del recente passato “toccano da vicino la vita della comunità e dei quali (ad ogni scadenza elettorale) bisogna dar conto all’intera comunità”.

La cultura e la salvaguardia delle proprie radici, invece, interessa solo pochissime persone.

Nasce solo da qui il disinteresse e l’indifferenza che gli amministratori galatresi hanno sempre dimostrato verso la salvaguardia della propria storia e, nello specifico, verso la concreta testimonianza di quel monachesimo che portò cultura e civiltà in tutte le zone interne della Calabria e che, dopo aver resistito per secoli all’incuria del tempo, rischia di soccombere di fronte alla insensibilità degli uomini? Non abbiamo elementi per rispondere con assoluta certezza. Quale che sia, comunque, la genesi di questa atavica insensibilità essa cozza con il “religioso” interesse di quei due frati che hanno percorso alcune centinaia di chilometri sotto la spinta propulsiva della voglia di conoscere quanto realizzato da chi in questa zona interna della Piana li ha preceduti oltre dieci secoli addietro.

Conoscere per valorizzare e tramandare. E, molto probabilmente, conoscere per fare conoscere ad altri.

Non bisogna dimenticare che Padre Nilo e Padre Cosmas, in questi ultimissimi anni, hanno “rigenerato” il San Giovanni Theresti e tante altre chiese e luoghi di culto bizantino esistenti in Calabria. Perché, dunque, non pensare ad un possibile utilizzo per fini culturali, umanitari o religiosi anche del nostro Sant’Elia? D’altra parte qualche anno addietro è sembrato che il totale recupero del vecchio convento fosse ormai imminente e che quella grande ed antica struttura potesse tornare ad essere - come lo fu per secoli - un centro vitale di attività religiose e culturali.

La Regione Calabria, infatti, - grazie alla sensibilità dell’assessore Antonella Freno - ha finanziato un progetto di recupero e consolidamento presentato dalla Comunità montana di Cinquefrondi per un importo di 300 milioni. Ma, inspiegabilmente, i tempi si stanno allungando e, purtroppo, andando avanti di questo passo, si rischia di arrivare in ritardo là dove, invece, si doveva essere molto solleciti.

Infatti le acque piovane oltre a provocare in più punti il crollo delle volte che coprono i corridoi del chiostro, stanno seriamente danneggiando alcune pareti interne ed esterne del monastero.

E’ necessario, dunque, superare tutti gli ostacoli burocratici ed accelerare l’appalto per i lavori di consolidamento e recupero dell’intero fabbricato. Ma si badi: lavori di consolidamento e recupero che non devono essere di demolizione e ricostruzione “ex novo”. Anche per questo è necessaria la “supervisione” tecnica della Soprintendenza ai beni culturali. Non fosse altro che per non alterare l’originaria struttura muraria e per non rischiare di ”snaturare” architettonicamente tutto il fabbricato (come è successo nei lavori di recupero di un’importante “fabbrica” di un paese vicino).

E’ oltremodo necessario, infine, provvedere alla realizzazione della strada di accesso giacché non avrebbe senso consolidare e recuperare la struttura del convento se, contemporaneamente, non si pensasse a garantire il facile accesso a quanti, studiosi, semplici curiosi o, più semplicemente, “turisti della domenica”, vogliono arrivare fin sull’altipiano di Cubasina per tuffarsi in secoli di storia e di intensa spiritualità monastica e per godere di quella quiete e, soprattutto, di quegli incantevoli panorami che con la loro luminosa bellezza costituiscono un inno alla potenza divina.

 

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