In Memoria della Signora Franca Cannatà
 

Zia Franca

 

 

di Angelo Marazzita

 

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli,
ma non avessi la carità,
sarei un bronzo risonante o un cembalo squillante.

Se avessi il dono della profezia
e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza
e avessi tutta la fede in modo da spostare le montagne,
ma non avessi la carità,
non sarei nulla.

Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri,
se dessi il mio corpo per essere arso,
e non avessi la carità,
non mi gioverebbe a nulla.

La carità è paziente,
è benigna la carità;

la carità non invidia, non si vanta,
non si gonfia, non manca di rispetto,
non cerca il proprio interesse, non si adira,
non tiene conto del male ricevuto,
ma si compiace della verità;

tutto tollera, tutto crede,
tutto spera, tutto sopporta.

La carità non verrà mai meno.

Le profezie scompariranno;
il dono delle lingue cesserà, la scienza svanirà;
conosciamo infatti imperfettamente,
e imperfettamente profetizziamo;
ma quando verrà la perfezione, sparirà ciò che è imperfetto.

Quando ero bambino, parlavo da bambino,
pensavo da bambino, ragionavo da bambino.
Da quando sono diventato uomo,
ho smesso le cose da bambino.

Adesso vediamo come in uno specchio, in modo oscuro;
ma allora vedremo faccia a faccia.
Ora conosco in parte, ma allora conoscerò perfettamente,
come perfettamente sono conosciuto.

Ora esistono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità;
ma la più grande di esse è la carità.”

Queste parole scriveva San Paolo ai Corinzi, in quella pagina che ricordiamo come Inno alla carità.

Zia Franca era questo: Era un “Inno alla carità”, un “Inno all’amore cristiano”.

Ha trascorso la maggior parte del suo tempo nel negozio di generi alimentari “a putìχa” , ben avviata dai genitori. L’insegna recitava “Generi alimentari e Diversi”. E in quel diversi c’era tutto il mondo

Situata lungo la strada per le Terme, “a putìχa” era una fermata indispensabile, per chi la mattina andando a lavoro chiedeva “u paninu cu a mortadella”.

Ma era anche un punto sicuro per i bambini e le bambine della scuola elementare di via Diaz che preferivano i suoi panini alla colazione preparata dalle loro mamme. E i bambini prendevano e beatamente pagavano con un “poi passa u papà e paga”.

Sin dall’infanzia era un diletto andare al negozio e vedere ogni sorta di mercanzia.
Sacchi di juta stracolmi di ogni tipo di cereali.
L’odore di stoccafisso che arrivava dal retro bottega.
Quegli scaffali alti sino al soffitto che a noi ragazzini sembravano non finire mai.

Quel negozio era quello che oggi chiamiamo supermercato.

La vetrina del negozio era un appuntamento giornaliero per scoprire le ultime novità. Infatti, appena vedeva in televisione o le veniva presentato un nuovo prodotto, subito lo portava a Galatro. Nel suo piccolo contribuì a proiettare Galatro nella modernità, nella tendenze e negli ultimi progressi.

Era una brava manager.

Una manager con uno spiccato intuito ad essere proiettata nel futuro, a non accontentarsi delle mete già raggiunte, a non accontentarsi degli affari che andavano bene.

Viste le diffuse difficoltà economiche che persistevano nel paese, era consuetudine comprare a credito, annotando le spese su un quaderno di piccole dimensioni “a librètta”, con l’intenzione di pagare a fine mese.

Sovente questi crediti venivano saldati con mesi di ritardo e spesso anche parzialmente. Ovviamente qualcuno ne approfittava.

C’era però chi realmente doveva aspettare il ritorno del marito o dei figli dall’estero o dal nord Italia per saldare il conto. E lei, cosciente delle difficoltà di quest’ultimi, aspettava pazientemente.

Ma i conti dei più bisognosi li rimandava deliberatamente.

Era amareggiata per quanti ne approfittavano, ma non portava rancore.Chi era realmente in difficoltà economica non usciva mai dal negozio a mani vuote.

Natale, Pasqua, ma in realtà ogni festa, era l'occasione per rendere felice i ragazzi delle famiglie più bisognose. Con discrezione, donava alle mamme di questi bambini dei regali, senza mai metterle a disagio. Ci teneva allo loro dignità.

Era una buona cristiana, una buona commerciante.

Attenta agli altri, ma attenta anche alle persone più prossime, come il padre o la sorella Caterina, che ha accudito amorevolmente sino alla fine.

Come nelle prime comunità cristiane, il segno più saliente e più efficace della loro unione comunitaria era il mettere a disposizione della comunità quanto necessitava, così lei si prodigava per tutti i bisogni della Chiesa.

Non urlava mai le cose fatte.

Era attenta a non scatenare l’invidia, che al Sud genera quasi sempre immobilismo, cioè “meglio non far nulla”.

Era una buona cristiana, una buona commerciante.

Non poteva restare ferma. I talenti che aveva doveva farli fruttare.

Possiamo dire che la carità non era un sentimento o una inclinazione particolare a fare il bene, o una compassione, o una commiserazione, o un’onda di affezione, ma l’attuarsi di quel giudizio che aveva imparato da sua madre e dalla sua amata Chiesa.

Questa concezione della carità non era qualcosa da tenersi per sé, perché non si possiede la carità se non la si voglia diffondere universalmente.

La carità non era un bene di cui voleva godere solo per sé stessa.

Si preoccupava sempre che facessimo qualcosa per gli altri ovunque fossimo andati a vivere.

La carità è un servizio senza calcolo, senza tornaconti, che fai per facilitare il cammino all’altro, a chi hai accanto”, recitava il catechismo imparato da piccoli.

Per lei questo si traduceva anche nell’attenzione a ristrutturare e gestire la “cona”, il calvario di questo quartiere o le varie “icone votive” lungo le strade del paese, affinché ognuno passando si ricordasse e riconoscesse la cosa più importante della vita.

Era una buona cristiana, una buona commerciante.

Il tipo di clima umano che c’era nel suo negozio, insieme con la discrezione e la libertà con la quale suggeriva, aiutava le persone, rendeva il negozio un luogo in cui ognuno si sentiva accolto.

A chi chiedeva consiglio per i più svariati problemi, rispondeva con certezza “ Dio affligge ma non abbandona. Dovete avere pazienza o più amabilmente … ’U Signuri affrigi e no’ abbanduna. ‘Ndavìti ad avìri pacènzia”.

Non un semplice modo di dire ma la traduzione fedele di quanto imparato dal Libro delle Lamentazioni sulla sofferenza.

Quando in Chiesa si organizzavano delle collette, donava attenta alle necessità della Chiesa, non per un comando ricevuto, ma, come aveva imparato da suoi genitori, perché consapevole che era messa alla prova la sincerità del suo amore con la premura verso gli altri.

San Paolo ci ricorda "Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia". Ed ancora San Paolo: “Non scordatevi della beneficenza e di far parte dei vostri beni agli altri, perché di tali sacrifici il Signore si compiace".

Ha trascorso gli ultimi anni della sua vita nella malattia. Non poteva più uscire di casa.

La malattia era diventata una sorta di purificazione per poter raggiungere la meta.

Che gioia ebbe quando nell’ultime settimane ha avuto modo di ricevere a casa il suo caro Buon Gesù e ripetere “Gesù, Giuseppe, Maria, vi dono il cuore e l'anima mia”.

Con certezza possiamo dire, quanto Madre Teresa ha detto alle suore della sua congregazione:

Noi dipendiamo dalla Divina Provvidenza: Dio ci ha ininterrottamente dimostrato di aver cura di noi.

...Tutti…

Credo che il mondo di oggi stia voltando le spalle ai poveri, e ciò equivale a voltare le spalle a Cristo stesso.

Quello che noi realizziamo non è che una goccia rispetto all’oceano.

Ma se non lo facessimo, se non mettessimo questa goccia nell’oceano, all’oceano mancherebbe qualcosa, non foss’altro che una goccia.”

 

 

 

Angelo Marazzita: «In Memoria della Signora Franca Cannatà. Zia Franca», Galatro, Giovedì 28 Aprile2016
 

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